Estratti dal commento di don Dolindo Ruotolo al Libro di Giobbe sul senso delle sofferenze umane e sul modo cristiano di soffrire
La nostra vita mortale somiglia tanto a quella di Giobbe, perché tutta un intreccio di tribolazioni e di amarezze. Dopo qualche periodo di prosperità o qualche tempo di calma, sempre relativa, comincia il nostro penoso Calvario […]. Noi viviamo spensieratamente sulla terra e non ci accorgiamo che intorno a noi ferve un combattimento. La scena degli angeli e di satana che si presentano a Dio e rendono conto della loro attività, è una scena che si svolge proprio vicino a noi, perché ognuno ha il suo angelo che lo custodisce e ognuno subisce le insidie dei demoni che gli girano intorno. In quante maniere satana si sforza di raccogliere dalla nostra anima tutto quello che può!
Egli cerca le più piccole occasioni, sfrutta ogni circostanza per non farci operare per Dio, per farci cadere in qualche peccato, per distruggere i nostri buoni propositi. Al mattino cerca di conquistare il primo momento della giornata con un atto di pigrizia, si sforza di costringere l’anima ad alzarsi solo per necessità d’ufficio o di lavoro e non per dare omaggio al Signore, cerca in tutto di farci operare per un motivo umano e distruggere così ogni principio soprannaturale. E noi siamo il più delle volte tanto stolti da assentire allo spirito perverso, pur sapendo che dobbiamo far tutto per la gloria di Dio e ci lasciamo trascinare in tanti difetti e in tante miserie da rendere la nostra giornata tutta infetta e disordinata! Satana girava la terra per dominarla e Giobbe rappresentava il dominio e la regalità del bene sul male. Noi, membra del Corpo mistico del Redentore, dobbiamo testimoniarne la regalità con le nostre opere buone e con la nostra pazienza; ogni nostra ribellione al Signore è una manomissione del regno di Gesù Cristo e una vittoria data al nemico infernale […].
Satana si compiace di diffondere l’infelicità, è sommamente maligno nel farlo e si nasconde mostrando Dio come autore diretto di quei mali. Dio li permette per castigo o per prova […] ma […] chi diffonde tante sventure nell’umanità è satana, tanti malanni terribili sono opera sua, diretta a screditare Dio e a gettare gli uomini nella disperazione […]. Non c’è cosa che più sconcerti satana quanto la pazienza, non c’è cosa che renda più inutili le sue insidie quanto 1’unione alla divina volontà […]. Se invece ci ribelliamo al Signore, satana raggiunge il suo scopo ed insiste di più nelle sue malignità per staccarci totalmente da Dio […]. Se considerassero questo, i medici sentirebbero il bisogno di essere santi, di essere esorcisti, di far penitenza e di pregare per allontanare la causa tenebrosa dei malanni che curano! Invece, tante volte, essi sono gli alleati di satana e portano all’infermo il gelo del loro materialismo stupido […].
Quante volte a Lourdes, al passaggio di Gesù Sacramentato, all’invocazione di Maria, satana è costretto a lasciare le sue vittime! I miracoli delle guarigioni sono miracoli di esorcismo. Maria fuga satana, spezza l’incanto, forma a nuovo le membra martoriate, ridona intatta la creatura a Dio, perché lo lodi nella salute come prima lo lodava nell’affanno […]. L’arte di satana consiste nel celarsi, perché l’uomo creda che Dio sia la causa immediata dei malanni e delle sventure che lo affliggono. Difatti tanto Giobbe che gli amici, nelle loro dispute, neppure una volta attribuirono a satana quei malanni […]. Ad imitazione di Giobbe, non curiamo satana ma guardiamo a Dio. Riceviamo dalla sua mano il malanno non come male ma come eco del suo amore e della sua volontà di salvarci eternamente. È proprio in questo altissimo significato che Giobbe diceva a sua moglie: Se abbiamo ricevuto dalla mano di Dio i beni, perché non riceveremo anche i mali? Dio non ci dà il male ma, attraverso il male […], ci parla […], ci cura spiritualmente, ci fa rivivere […].
Tutto il Libro di Giobbe è una discussione che a volte potrebbe apparire anche snervante ma, se riflettiamo bene, anche la nostra via è una continua discussione: discutiamo con gli uomini, con noi stessi, con le tentazioni di satana, con le stesse illuminazioni della grazia. Siamo in mezzo a discussioni, poiché ogni attività della vita è caratterizzata da questa affannosa contesa d’ideali, d’interessi, di opinioni, di passioni, di miserie […]. Viviamo in mezzo all’insincerità degli uomini, poiché ognuno cerca il proprio tornaconto; se siamo prosperi, tutti ci vengono dietro e ci adulano, se siamo provati, tutti ci rimproverano e ci abbandonano. Satana sta in agguato per divorarci e suscita contro di noi tante tribolazioni, per tentare di farci allontanare dal Signore, nella disperazione. Abbiamo tribolazioni nei beni materiali, tribolazioni negli affetti più cari, tribolazioni nella nostra medesima carne e, in mezzo a queste angustie, troviamo sempre i falsi amici […]. In mezzo alle pene della vita è tanto facile disorientarsi e cadere in un cupo avvilimento che ci toglie ogni forza per combattere e ci rende rei di tante colpe! […].
Giobbe, ridotto tutto una piaga, che vince satana con la sua pazienza, figura precisamente Gesù Cristo appassionato, vincitore del maligno con la sua croce. Partecipiamo anche noi a questa vittoria sopportando in pace i nostri dolori, benedicendo Dio in ogni tribolazione, operando in tutto per la sua gloria […]. È necessario, dunque, che passi anche su noi l’ombra del Calvario […]. Meditiamo la Passione di Gesù Cristo e confortiamoci non nel frastuono del mondo ma nella dolcissima pace che ci viene dalle piaghe del Redentore. Noi siamo membri del suo Corpo mistico e non possiamo essere dissimili da Lui; se lo fossimo, ahimè, la nostra effimera prosperità segnerebbe la nostra condanna e la nostra eterna infelicità. Dunque è un segno di predestinazione e di predilezione essere caricati di croce e salire con Gesù Cristo l’erta del Calvario […].
Pensiamo che nei nostri dolori stanno quasi in contrasto Dio e satana, la gloria di Dio e la tracotanza orgogliosa di satana. Noi, a somiglianza di Giobbe, siamo in mezzo come gli arbitri di questa contesa: se soffriamo, benedicendo Dio, satana è sconfitto; se parliamo insensatamente, satana osa gloriarsi innanzi al Signore. Intendi, o cristiano? […]. Non avrai la forza di essere paziente nel dolore per non disonorare Dio e non reprimerai il tuo affanno per non contristare il tuo Padre celeste e per non darla vinta a satana? Benedici dunque Dio nei tuoi dolori, mostrati calmo, sereno, paziente, composto, soave. Pensa che questo conturba satana e glorifica Dio. Pensa che non puoi dare al Signore un attestato più grande della tua fedeltà e del tuo amore […].
Diamo uno sguardo a tutte le nostre responsabilità: quante ne abbiamo e quante ne sono accumulate nell’anima, senza che ce ne accorgiamo! Tutte queste responsabilità sono un conto che si deve ad ogni costo saldare fino all’ultimo […]. L’espiazione futura […] non è uno scherzo; dunque è un bene, per noi, pagare in questa vita dove il pagamento è sempre relativamente leggero e dove vi è la possibilità di tante amnistie spirituali nelle sante Indulgenze. Consideriamoci come anime purganti – poiché tali siamo quando le prove e le angustie ci purificano – e pensiamo che esse ci liberano dal fuoco e dalla caligine del Purgatorio. Se un carcerato potesse espiare la sua pena in mezzo a giardini fioriti anziché nell’oscurità di un sotterraneo, non sarebbe più contento? La terra con tutte le sue pene è un giardino fiorito di fronte al Purgatorio. Ringraziamo dunque la divina misericordia che ci dà un’espiazione più blanda, in questo luogo dove conserviamo l’attività del meriti e dove possiamo accrescere la nostra spirituale ricchezza.
Alla nostra debolezza riesce più facile soffrire in unione con il Re d’Amore e per sfuggire alle pene del Purgatorio. Noi abbiamo, poi, nell’esempio di Giobbe, un incitamento alla pazienza e un quadro di quello che sarà il riepilogo della nostra vita. Dio interverrà nelle nostre angustie quando esse si faranno più amare e, da Padre amorosissimo qual è, ci conforterà e ci difenderà. Confidiamo nel Signore, teniamo fissi in Lui i nostri occhi e il nostro cuore, viviamo nella sua grazia, fortifichiamoci con i Sacramenti, preghiamo e le nostre tribolazioni si attenueranno. Verrà poi l’ora suprema, l’ora nella quale sparirà dai nostri occhi la scena di questa vita e, allora, quale sorpresa e quale gioia avremo noi nel vedere in qual modo Dio compenserà eternamente la nostra pazienza! Oh! Quale gioia aprire gli occhi alla vita eterna e vedere la luce di Dio! Oh! Quale dolcezza vedersi in possesso non del doppio di quello che si è avuto in terra ma di beni immensamente più grandi, di fronte ai quali le prosperità della vita presente sono fango e stoltezza! […].
Il Signore permette che noi siamo afflitti dalle infermità per il nostro bene ma in quante maniere ci solleva nel medesimo dolore e nelle stesse afflizioni! Quante medicine ha creato per lenire le nostre sofferenze, fino a far ricavare il rimedio […]. In quante piante ha raccolto i segreti per lenire i nostri affanni! Egli permette a satana di colpirci ma come una mamma ci tutela e nelle angosce ci riempie di consolazioni interne. Non ci spaventiamo perciò delle nostre prove, siamo fedeli a Dio […]. Tutto passa, anche il malanno che ci tormenta, anche la tribolazione che ci affligge. Pensiamo che ogni pena è una riparazione di quello che dovremmo espiare in Purgatorio, che ogni dolore è un debito saldato, che ogni ora del nostro malanno può equivalere ai lunghissimi anni dell’espiazione dell’altra vita e che per noi è immenso vantaggio pagare un debito grave con una percentuale così bassa.
Giobbe non si ribellò, anzi benedisse il Signore ma non fu esente da colpa […]. Ma Dio non volle proporre al mondo un modello di pazienza senza le piccole ombre della debolezza umana, perché solo così poteva essere un modello imitabile e capace di confortare le umane angustie […]. Dio, poi, volle mostrare che non si divide dalla sua creatura solo perché essa cade ma che la soccorre e la rialza con la sua misericordia. Questo era il più grande conforto per l’umanità che soffre e sente tutta la sua debolezza. Ma non basta […]. Giobbe si umiliò e riparò la propria colpa. Fu più dura per lo spirito maligno l’umiltà di Giobbe che la sua stessa pazienza, perché satana è travolto dall’umiltà […]. Il demonio, quindi, non raccolse neppure quella tenue decima dal cuore del santo, vide la pazienza coronata dall’umiltà, tremò, si confuse, sparì nell’abisso […].
Nella sua immensa pietà, infine, Dio volle affermare solennemente che cadere in una colpa non significa perdersi irrimediabilmente. Quando la nostra miseria ci fa cadere, risuona nella caligine della nostra iniquità la voce divina che ci richiama e l’anima che risponde alla voce di Dio, non è più preda di satana ma è preda della divina misericordia […]. Sarebbe per noi molto triste il pensare che una mancanza commessa per fragilità potesse renderci schiavi del maligno spirito. Il Signore, con l’esempio di Giobbe, c’insegna ad umiliarci subito, perché l’umiltà è un fiore così profumato che dissipa il lezzo che la colpa ha diffuso in noi […].
Guardiamo l’epilogo della vita di Giobbe e consoliamoci! Breve è il tempo della vita e più breve è quello della tribolazione; passano i giorni amari e si mutano in giorni d’ineffabile gioia nel Cielo e tante volte anche su questa terra. Viviamo immersi nella divina volontà e ripetiamo spesso, in unione con Gesù Cristo:Non sia fatta la mia volontà ma la tua, Signore. Quale dolce sorpresa ci attende nel Cielo, quale felicità se sapremo soffrire in pace […]. Coraggio, dunque, nei dolori della vita! […]. Io vado e vengo a voi, disse Gesù Cristo; dunque Egli verrà a consolarci. Vado e non vi lascio orfani, soggiunse ancora; dunque non siamo soli, siamo in sua compagnia. Chi può intendere quanto sia grande la grazia di averlo con noi Sacramentato, vivo e vero? Egli è con noi fino alla consumazione dei secoli, Egli è Pellegrino d’amore, è conforto, è Cibo, è Refrigerio, è Vita di quest’anima nostra.
Non gemiamo, dunque, inconsolabilmente, accostiamoci a Gesù, conversiamo con Lui, riceviamolo nel cuore, riposiamo sul suo petto, abbracciamoci a Lui. Che importa che il mondo ci giudica male? Ora il mondo gode ma gode apparentemente, perché è bolgia infernale. Noi siamo contristati ma la nostra tristezza si muterà in gaudio […]. Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi ed io vi consolerò (cf Mt 11, 28); è questo il refrigerio nelle nostre pene, è l’oasi di consolazione nel nostro deserto. Non temete coloro che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima (cf Mt 10, 28); ecco il coraggio che ci sostiene nelle lotte col mondo. Venite, o benedetti dal Padre mio, possedete il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mondo (cf Mt 25, 34); ecco l’epilogo del nostro combattimento, ecco l’invito solenne alla gloria.
FRASARIO SPIRITUALE (CON CENTINAIA DI AFORISMI)
Florilegio – aforismi vari, una raccolta per resistere nella fede
Raccolta di perle di sapienza e ricca soprattutto di aforismi tratti dagli insegnamenti immortali dei Santi. Questa raccolta risponde allo scopo di offrire un “vademecum di vera razionalità e spiritualità”, fatto di schegge di luce che toccano un po’ tutti i temi più