Psicologia del peccato originale e le sue attualizzazioni nel contesto ecclesiale odierno

(Fr. Pietro, 07. 03. 2019, radio-trasmissione su Radio Buon Consiglio)

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La Tradizione della Chiesa insegna che il peccato delle origini fu “remote” (remotamente) di superbia e “proxime” (prossimamente) di disobbedienza, cioè il peccato dei progenitori fu un atto di disobbedienza al comando di Dio mosso ed alimentato da un previo moto di superbia dell’anima. A ben pensarci però – e per attualizzare l’evento delle origini da cui prende le mosse tutto il male del mondo e senza il quale non può spiegarsi nulla di ciò che vi avviene – il demonio ovvero il serpente propose alla donna una sola cosa, non più di una. Quale? La “parola magica”, distorta e propinata in tutti i modi da quei Pastori che hanno perso ormai la bussola della verità; una sola parolina ma davvero “serpentina”: discernimento

Per cui parafrasando e traducendo nel contesto ecclesiale odierno i versetti della Genesi che ci narrano del peccato delle origini potremmo dire che il serpente, accostandosi ad Eva, è come se le avesse detto: “‘Dio ha detto…’, sì: ma noi facciamo discernimento. È necessario valutare ‘caso per caso’, la tua situazione merita ponderazione, comprensione… Non essere ‘esclusiva’, sii ‘inclusiva’… vorrai forse scagliarmi contro la pietra della dottrina del tuo Dio, freddo e legalista? Suvvia, ragiona, rifletti, valuta bene. Le eccezioni si possono sempre fare”…

Qui, in pratica, si trova tutto il dramma dell’uomo: riflettere, valutare non per scrutare filialmente e umilmente le ragioni della fede per poi obbedire con più lena, con più amore; no, ma per fare l’esatto contrario di ciò che Dio ha ordinato, per fare i propri comodi suggeriti dalle proprie voglie, dalle proprie passioni disordinate. Bisogna, invece, ricordare che il comando divino non è in genere totalmente afferrabile; perché vi sia un vero atto di omaggio verso Dio è conveniente che ci sia una certa oscurità così come similmente è necessaria una certa oscurità per compiere l’atto di Fede che altrimenti diverrebbe puro esercizio del raziocinio. Non si tratta, però, di un’oscurità che umilia ma che piuttosto eleva l’uomo e lo unisce intimamente a Dio. I misteri della fede, in ogni caso, sublimano l’uomo e gli scoprono la sua vera dignità se creduti e vissuti.

Discernimento… Si, il serpente propose ad Eva nient’altro che il discernimento. Ma attualizziamo. Anche oggi il falsario si maschera e fa la medesima proposta. Siamo di fronte ad una delle due parole chiave (insieme a sfide) utilizzate come cavallo di Troia in questo inizio di millennio per scardinare il cattolicesimo dall’interno. Discernimento suona bene, fa molto “monastero”: Enzo Bianchi vi ha intitolato anche un libro (e questo potrebbe già bastare per starne alla larga…). In realtà il senso genuino di questo termine non è niente di errato, tutt’altro; qualsiasi dizionario della lingua italiana (senza neppure voler scomodare la morale cattolica) lo definisce come “la facoltà e l’esercizio del discernere, cioè del distinguere il bene e il male; per estensione: giudizio, criterio”. Ovviamente per un cristiano, come per qualsiasi persona moralmente integra, si distingue tra il bene e il male ai fini di poter scegliere il bene (anche se non sempre si riesce ad attuarlo).

Ciononostante discernimento lo si sente sempre più frequentemente inteso, nella Chiesa d’oggi, come “la facoltà e l’esercizio di trovare una giustificazione, in un caso specifico, per fare ciò che pare e piace, anche se va contro la legge di Dio, col benestare di molti preti”. Ebbene: questo tipo di discernimento ha rovinato l’umanità e il suo destino, così bello nell’originario progetto di Dio.

Bisogna con ragione credere che tutto ciò che di malvagio avviene nel mondo sia radicato in quel primordiale evento della storia dell’umanità da cui hanno la loro scaturigine tutte le aberrazioni, tutte le modulazioni dell’umana iniquità, comprese quelle che vediamo palesemente sprigionarsi nel nostro infelice tempo.

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