Questa medesima richiesta, in modo sorprendente, il Signore l’avrebbe rivolta al santo frate di Pietrelcina. Nel suo best-seller “Il segreto di Padre Pio”, il saggista Antonio Socci faceva questa significava riflessione: «La cosa veramente sconvolgente, indicibile, è la sofferenza vicaria, l’esistenza di vittime che silenziosamente, da tutti ignorate, si caricano di sofferenze per pagare colpe altrui, espiano per tutti, liberando anche tante anime del Purgatorio. Questa opera è l’unico, grande movimento di liberazione, l’unica vera “teologia della liberazione” che renda felici delle moltitudini e che non provochi tragedie»[1]. E altrove, ribadiva il pensiero: «è questa “sostituzione vicaria” che sconvolge, il fatto cioè che una persona possa volontariamente espiare le colpe di molti e prendere su di sé le loro sofferenze per guarirli»[2].

Un caso bellissimo di sofferenza vicaria che l’agiografia contemporanea registra è quello del Servo di Dio Padre Tomas Tyn[3]. Il giorno della sua ordinazione, infatti, P. Tomáš offrì a Dio la vita per la libertà della Chiesa perseguitata dal Comunismo nella sua terra d’origine. Alla fine del 1989, Dio accettava la sua offerta: colpito da un male improvviso e inesorabile, a Nekargemund (Germania), presso i suoi genitori, il 1° gennaio 1990, alle ore 10.30, andava incontro a Dio, dopo aver visto, dal suo letto di dolore, il crollo delle dittature nell’Est europeo, Cecoslovacchia compresa, segno incredibile dell’efficacia del suo atto di carità eroico. Infatti «la sera precedente (la sua morte, ndr.) il primate di Praga presiedeva in cattedrale la Celebrazione Eucaristica con un Te Deum solenne di ringraziamento per la rinata libertà di praticare pubblicamente la fede. Il giorno stesso della morte del servo di Dio, nel pomeriggio, una Santa Messa poteva essere trasmessa per la prima volta in televisione nella libera repubblica Cecoslovacca»[4]. Un’offerta, quella del Padre Tyn, germogliata “sotto il sole di Cova da Iria”, potrebbe dirsi, considerando la profonda devozione che il Servo di Dio nutriva per Fatima ed il suo messaggio. La stessa consacrazione a Maria SS. che aveva fatto e praticava trovò la sua fonte d’ispirazione e di nutrimento nel messaggio della Regina del Rosario.

Un grande mistero, davvero, quello della sofferenza vicaria. È, infatti, sorprendente notare come, nei suoi messaggi al mondo (di cui Fatima potrebbe costituire la sintesi e il “progetto architettonico” che viene poi dettagliato in apparizioni e messaggi più recenti), la Vergine Maria stia, ormai da tempo, estendendo la sua richiesta di immolazione e di offerta a tante anime che, all’apparenza, non hanno nulla di speciale eppure ad esse la Ella chiede un eroica autoimmolazione per placare l’ira del Giudice divino. Queste anime elette svolgono, così, la delicata e provvidenziale funzione di “parafulmini” della giustizia divina pagando di persona perché il popolo sia risparmiato.

Nota con sagacia il saggista Saverio Gaeta in un suo recente libro: «Se il nostro pianeta non si è ancora dissolto nell’autodistruzione nucleare o per una catastrofica calamità naturale è soltanto grazie alle anime-vittima: per la maggior parte donne, umili e semplicissime, che si sono offerte al Signore e hanno preso su di sé le drammatiche sofferenze che altrimenti sarebbero già toccate all’intera umanità»[5].

Si tratta di esseri umani come tutti noi, eppure diversi da noi per l’eroismo con cui hanno liberamente scelto di caricarsi del dolore del mondo. Offerta mossa da carità sconfinata perché la sofferenza spiace e costa alla natura che tende, per sé, alla tranquillità dell’anima e dei sensi. Questa dinamica di lotta, esemplata su quella stessa ingaggiata dal Salvatore e testimoniata dai Santi Vangeli[6], è esperienza comune delle anime-vittima.

Una di queste è stata la mistica tedesca Therese Neumann, vissuta tra il 1898 e il 1962 che, a partire dal 1926, si limitò ad ingerire quotidianamente l’ostia consacrata senza più nutrirsi con cibi o bevande, al punto che durante la Seconda Guerra mondiale i nazisti non le assegnarono l’indispensabile tessera annonaria per l’acquisto degli alimenti. Il suo biografo Fritz Gerlich trascrisse il dialogo che ebbero circa le pene di espiazione: «“Il Salvatore è giusto, perciò deve punire. Egli però è anche buono, perciò vuol aiutare. Il peccato commesso deve essere punito, ma se un altro vuole assumere la pena, la giustizia viene rispettata e il Salvatore può esplicare la sua bontà”. Questo discorso mi indusse a chiederle quale rapporto avesse lei con il dolore. Credevo, infatti, di aver osservato che ne avesse paura e si sforzasse di sopportarlo solo con grande forza d’animo e per obbedienza alla disposizione divina che le aveva imposto questa croce. Le rispose alla mia domanda: “Il dolore non può piacere. Non piace neanche a me. Nessun essere vivente ama soffrire e io sono un essere vivente come gli altri. Amo però il volere del Signore e quando Lui mi manda una sofferenza l’accetto perché Lui lo vuole. Ma il dolore non mi piace»[7].

Non fu di certo diverso per Padre Pio: «Padre Pio non ama la Croce per se stessa. Nessuno può amare la sofferenza per se stessa. L’istinto naturale fa respingere la sofferenza con impulso netto ed immediato. Anche l’istinto di conservazione entra subito in azione per respingere ciò che attenta al benessere dell’uomo. Qual è il motivo, allora, per cui Padre Pio ha amato la Croce, l’ha voluta, l’ha fatta propria con una passione spinta fino alla predilezione per la sofferenza? La risposta è questa: “l’amo perché la vedo sempre alle spalle di Gesù” [8]. Padre Pio ha scoperto il valore della Croce, la sua importanza, la sua preziosità. Dal momento che Gesù si è addossato la Croce, dalla nascita nella stalla di Betlemme alla morte sulla Croce del Calvario, c’è da credere che la Croce abbia un valore, un grande valore (…). La Croce sulle spalle di Gesù diventa amore redentivo, amore che ripara, amore che salva e santifica. È proprio con la Croce, per mezzo della Croce, sulla Croce, che Gesù ci ha salvato e ci ha ridonato la vita divina, perduta con il peccato dei nostri Progenitori e con i nostri peccati di ogni giorno (…). Padre Pio ha contemplato con passione e ardore Gesù crocifisso, tutto “piaga d’amore”, e non ha resistito all’attrazione di quell’amore bruciante, perdendosi nelle piaghe del Crocifisso fino al punto di sentirsele riprodurre al vivo, trafiggenti e sanguinose nel proprio corpo. Croce, piaghe, sangue: sono realtà d’amore che salva e santifica, che purifica e trasfigura, che redime ed innalza verso il Cielo. Per questo Gesù crocifisso è Gesù Amore. Per questo Padre Pio ha voluto diventare, come afferma Paolo VI, “rappresentante stampato delle stigmate di Nostro Signore”»[9].

Ma se tale appello, quello della sofferenza vicaria, è così pressante e se sempre più anime sono dalla Vergine SS. ingaggiate per questo ufficio per sé così drammatico, quanto deve essere grave la situazione del mondo, quanto deve essere impregnato ed avvelenato di peccato questo povero pianeta su cui viviamo?

Note:

[1] A. Socci, Il segreto di Padre Pio, Rizzoli, Milano 2007, p. 226.

[2] Ivi, p.  41.

[3] Tomáš Týn (Brno, 3 maggio 1950 – Heidelberg, 1º gennaio 1990) è stato un sacerdote ceco domenicano che ha insegnato a lungo in Italia. Educato in ambiente cattolico ed estimatore di san Domenico di Guzmán, iniziò il noviziato domenicano il 28 settembre 1969 a Warburg, in Vestfalia. Studiò a Bologna dove seguì il corso filosofico-teologico e conseguì la licenza. Nel 1972 a soli 22 anni, pubblicò in latino un saggio in cui confutava la teologia morale di Karl Rahner. Tomáš Týn riteneva che Rahner fosse caduto in deleteri errori teologici soprattutto per aver accolto delle falsità in filosofia, denunciando in particolare il suo abbraccio con l’esistenzialismo. Il 29 giugno 1975 fu ordinato sacerdote da papa Paolo VI. Avverso al comunismo, attribuì all’opposizione contro di esso l’origine della sua vocazione, come ricordò durante un’omelia su Fatima nel 1987: “è al comunismo che io debbo la mia vocazione religiosa e sia benedetto e ringraziato il Signore”. Conseguì il dottorato in teologia alla Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, l’Angelicum di Roma nel 1978 con una dissertazione dal titolo L’azione divina e la libertà umana nel processo della giustificazione secondo la dottrina di s. Tommaso d’Aquino. Dal 1987 insegnò come professore di teologia morale presso lo “Studium” domenicano di Bologna dove rientrò dopo l’ordinazione sacerdotale. Dopo aver offerto la propria vita per liberazione della sua patria dal comunismo ateo, morì il 1º gennaio 1990 a Neckargemünd, in Germania, presso i genitori, a causa un male improvviso.

[4] R. Schinco (a cura di), La Beata sempre Vergine Madre di Dio. Omelie mariane del servo di Dio Tomàš Tyn, Casa Bianca editore, Bologna 2009, pp. 36-37.

[5]  S. Gaeta, Le veggenti. Le profezie delle anime-vittima che salvano il mondo, Salani, Milano 2018, p.7.

[6] E’ noto quanto duro fu per il Signore caricarsi del peso del peccato dell’umanità con tutte le sofferenze che comportava la Sua Incarnazione redentiva. L’atrocità della lotta del Salvatore è registrata dagli evangelisti soprattutto in occasione della Sua preghiera nell’orto degli Ulivi, nell’imminenza della Passione: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26, 39). Ma alla fine l’Amore di Cristo fu più grande e il  Buon Pastore diede la sua vita in riscatto di molti: “Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme” (2 Pt 2, 20). Benedetto XVI, circa la preghiera di Cristo nel Getsemani, annota: «le due parti della preghiera di Gesù appaiono come la contrapposizione di due volontà: c’è la “volontà naturale” dell’uomo Gesù, che recalcitra di fronte all’aspetto mostruoso e distruttivo dell’avvenimento e vorrebbe chiedere che il calice “passi oltre”; e c’è la “volontà del Figlio”, che si abbandona totalmente alla volontà del Padre (…)». La “ realtà salvifica” sta nel fatto che «nel giardino (…) Gesù ha accettato fino in fondo la volontà del Padre, l’ha fatta sua e così ha capovolto la storia»: Benedetto XVI, Gesù di Nazareth. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, LEV, Città del Vaticano 2011. In tal modo il Redentore ha anche ricondotto la volontà ribelle del genere umano dinanzi al Padre, l’ha purificata liberandola dall’incapacità di piegarsi all’amorosa obbedienza a Lui e gli ha ottenuto la capacità radicale di accogliere il dolore redentivo offrendolo in riparazione dei crimini e per la salvezza propria e di quella dei fratelli d’esilio.

[7] S. Gaeta, Le veggenti. Le profezie delle anime-vittima che salvano il mondo, p. 16.

[8] «Gesù mi dice che nell’amore è lui che diletta me; nei dolori invece sono io che diletto lui. Ora desiderare la salute sarebbe andare in cerca di gioie per me e non cercare di sollevare Gesù. Si, io amo la croce, la croce sola; l’amo perché la vedo sempre alle spalle di Gesù. Oramai Gesù vede benissimo che tutta la mia vita, tutto il mio cuore è votato tutto a lui ed alle sue pene»: Padre Pio, Epistolario I. Corrispondenza con i direttori spirituali (1910–1922), (abbr. Epist. I), a cura di Melchiorre da Pobladura e Alessandro da Ripabottoni, 3a ed., San Giovanni Rotondo 1995, 335.

[9] Padre S. M. Manelli, FI, Il pensiero di Padre Pio, Casa Mariana Editrice, Frigento 2005, pp. 77-78.

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