La sintesi che si può trarre dalla lettura della vita di suor Lucia di Fatima, religiosa presso l’Istituto delle suore Dorotee prima e monaca carmelitana poi fino alla morte, è che davvero quella di questa eccezionale testimone del XX secolo è stata una vita tutta “all’ombra del Cuore Immacolato di Maria”, sotto la Sua protezione, sotto la Sua guida materna. La santificazione è arrivata come logica conseguenza di questo indirizzo mariano che Lucia aveva dato a tutta la sua vita consacrata.

 

Di “Lucia pastorella”, beneficiaria delle rivelazioni di Maria insieme ai suoi due cuginetti nel 1917 si sa moltissimo, dal momento che nelle sue quattro “Memorie”, redatte tra gli anni 1935-1941, è riportato tutto quanto si possa desiderare di sapere sulla storia di Fatima, del suo messaggio, nonché dei suoi antefatti. Ma va ricordato che, dal 1923 fino alla morte (13 febbraio 2005), Lucia iniziò, guidata dal Cielo, la lunga esperienza della vita religiosa, prima fra le Dorotee e poi, dopo una penosa attesa durata circa vent’anni, nel “dolce chiostro” del Carmelo, come amava definirlo lei stessa. Della sua vita da consacrata si conosceva poco e nulla fino al 2014, quando le sue consorelle, le monache carmelitane del monastero di Coimbra, hanno pubblicato una voluminosa e dettagliata biografia da loro curata della serva di Dio, ricca di tanti documenti inediti utilissimi anche agli studiosi per una ricostruzione più precisa dell’evento-messaggio di Fatima.

La sintesi che si può trarre dalla lettura del volume è che davvero quella di questa eccezionale testimone del XX secolo è stata una vita tutta “all’ombra del Cuore Immacolato di Maria”, sotto la sua protezione, sotto la sua guida materna. La santificazione è arrivata come logica conseguenza di questo indirizzo mariano che Lucia aveva dato a tutta la sua vita consacrata.

Quale fu la vita di Lucia in convento? Ripercorriamone le tappe salienti. Dopo la morte di Francesco e Giacinta, restò ad Aljustrel fino al 17 giugno 1921, quando partì per Oporto dove fu ricevuta come alunna interna nel Collegio delle Suore Dorotee a Vilar, alla periferia della città. Il 24 giugno 1925 ricevette la Cresima. Tre mesi dopo, il 24 ottobre 1925, entrò a far parte dell’Istituto di Santa Dorotea, mentre contemporaneamente fu ammessa come postulante nel convento della stessa congregazione a Tuy in Spagna, vicino alla frontiera portoghese. Il 2 ottobre 1928 pronunciò i primi voti come sorella conversa, prendendo il nome di religiosa di suor Maria Lucia dell’Addolorata. Dopo sei anni, il 3 ottobre 1934, emise i voti perpetui.

Allo scoppio della guerra civile spagnola, venne trasferita nel Collegio di Sardão, a Vila Nova de Gaia, dove rimase per qualche tempo, per ragioni di sicurezza: « Nella ventina di anni che trascorse fra le Dorotee, cercando sempre di vivere nel nascondimento, suor Maria Addolorata svolse compiti di guardarobiera, vista l’abilità nel cucire e nel ricamare, di portinaia, di aiutante nel refettorio delle educande e anche di catechista con i bambini. Appena poteva si recava in cappella per intimi colloqui con Gesù e con la Vergine che le apparvero in più occasioni » (1).

Durante il noviziato, Lucia fu attraversata da forti dubbi sull’opportunità di restare in quella Congregazione oppure seguire l’antica vocazione che la chiamava nelle Carmelitane. Una serie di eventi problematici la resero certa che il proprio futuro sarebbe stata nel Carmelo. Ecco come lei stessa racconta la svolta decisiva: « Non appena ebbi bussato alla porta del tabernacolo il silenzio che regnava da sei mesi si interruppe e, sentendomi posseduta da un bene e da una luce soprannaturali, restai non so come. Mi sembrava che Gesù mi portasse con sé. Dopo aver passato alcuni istanti così, Gesù finì per lasciarmi con una pace e dolcezza come, lo posso garantire, non mi sono mai sentita » (2).

Dinanzi al tabernacolo pronunciò queste parole: « La tua risposta è tanto chiara, mio Dio, che non ho più dubbi, mi manca solo di sapere come e quando vuoi Tu che, aprendo le ali, prenda il volo » (3). E il volò lo prese ne 1948, il 25 marzo, dopo che per ben due volte dovette intervenire il papa Pio XII in persona, a cui suor Maria Addolorata volle rivolgersi per dirimere la sua sofferta situazione vocazionale. Il Sommo Pontefice approvò e confermò, per Lucia, la via della clausura presso le carmelitane scalze di Coimbra.

Lucia aveva allora 41 anni. Il 13 maggio 1949 vestì l’abito carmelitano e il 31 maggio 1949 fece la professione religiosa, assumendo il nome di suor Maria Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato. La cella nella quale fu sistemata per i primi due anni, nella zona riservata alle novizie, era piccola e luminosa, affacciata alla balconata del chiostro: « Tutto il mobilio si riduceva a un letto e a una piccola libreria dotata di un asse estraibile per scrivere sulle ginocchia. Alla parete qualche stampa devozionale e una grande croce vuota, per ricordare alla carmelitana che deve sempre vivere con le braccia sollevate come Cristo, in continua preghiera. Un monito applicato alla lettera dalla pastorella, sempre pronta a offrire al Signore tutto ciò che poteva per la salvezza delle anime e la santificazione dei sacerdoti » (4). Beata povertà, che fa felice chi ama Gesù povero e solo Lui desidera possedere! La piena felicità, conseguenza dell’aver trovato finalmente la definitiva vocazione, era da Lucia intensamente percepita: « La vita qui è molto più austera sotto ogni punto di vista – scriveva alla nipote Amelia che poi la raggiungerà in monastero – ma nostro Signore l’addolcisce al punto che quasi non si avverte. È il culmine della perfezione che possa raggiungere sulla terra una povera anima in quanto ad abnegazione e unione mistica… A me piace moltissimo!… Non scambierei un’ora di questa felicità con le più grandi ricchezze del mondo » (5).

Così parlano i santi che hanno la grazia di comprendere l’eccellenza della vocazione all’Amore sponsale, uno ed indiviso, vissuto nella vita claustrale, tutta per Gesù solo! A conclusione del noviziato, il 31 maggio 1950 suor Lucia si trasferì nella nuova cella, a metà del corridoio e con un’ampia finestra affacciata sul giardino dove visse per i successivi 55 anni. Le consorelle ne hanno scolpito la fisionomia spirituale in poche righe:

« Molto laboriosa, non perdeva tempo nella cella o nel laboratorio contiguo a questa, nello stesso corridoio. Lavorava pregando, e pregava lavorando. Molto ordinata, il tempo le bastava per tutto senza doversi affrettare. Al primo rintocco della campana lasciava quel che aveva in mano e con passo leggero fino a quando potè, e poi con qualche difficoltà, andava incontro al Signore, dove l’obbedienza la chiamava (…). Fedele all’orario della comunità, non si prendeva la libertà di sostituire un’attività con un’altra senza chiedere l’autorizzazione alla priora. Con molta discrezione viveva lo spirito di obbedienza e non voleva fare un unico passo che non recasse il sigillo di Dio. A volte non le fu facile essere una religiosa e la veggente di Fatima. Ma non le mancava la luce di Dio e la materna protezione della Madonna, che l’aiutavano a discernere il retto cammino, sempre fedelmente protetta dall’obbedienza. Viveva in comunità con semplicità, senza mettersi in evidenza. Seguiva con molta naturalezza il precetto: “esteriormente come tutte, nell’intimo come nessuna”. Di (…) aspetto gioviale, dietro a un sorriso aperto e una grande facilità per le battute spiritose che serbava per l’ora di ricreazione, nascondeva un vulcano incontenibile, un fuoco desideroso di incendiare il mondo, tutta l’umanità che abbracciava come un figlio. Lucia portava con e per amore un enorme e dolce peso che accettò volontariamente sotto il cielo di Fatima e non si pentì mai del sì pronunciato né ebbe mai la tentazione di desistere. Fu impresso nel suo cuore, a caratteri di fuoco, un marchio che niente e nessuno potè mai cancellare. Come la piccola Giacinta, poteva dire: “Mi sembra di aver fuoco nel petto, ma non mi brucio” (…).

Nella monotonia della vita quotidiana trovava sempre la freschezza di un amore rinnovato nel donare generosamente e completamente tutto il suo essere, alimentato da una profonda e continua vita di preghiera, motore di tutta la sua forza e forza della sua vita. Quando le giungeva notizia dei mali del mondo, quando riceveva lettere in cui si narrava di vite sprofondate nella palude del peccato le sue preghiere si intensificavano, innalzava le braccia supplicante e soffriva, perché si sentiva incapace di porre rimedio a tanto male. E affidava tutto e tutti all’amore materno della Madre Immacolata di tutti gli uomini.

Fino a quando le forze glielo permisero, e se non glielo impedivano altre occupazioni, partecipava a tutte le attività comuni. Era bello vederla oramai molto avanti negli anni mentre aiutava a lavare i piatti, approfittando di questo lavoro svolto durante la ricreazione per divertirsi a ricordare alcune canzoni della sua infanzia (…).

Lavorava in raccoglimento, ma sempre con diligenza, e metteva in pratica gli insegnamenti ricevuti nell’ormai lontano passato da educanda a Vilar (…).

Ogni tanto guardava più a lungo il tabernacolo e in questo sguardo diceva tutto e lo Sposo comprendeva tutto: era la sua anima che si prostrava davanti a Lui e in quel gesto presentava tutta l’umanità e ogni persona che chiedeva la sua preghiera; era il suo cuore che di nuovo si poneva in comunione con il cuore del suo Signore per la redenzione del mondo, del Papa, dei sacerdoti, della Russia… (…).

Umilmente chiedeva perdono per le mancanze della sua coscienza delicata, ma non scrupolosa, e con sincerità prometteva di essere sempre più fedele. Sentiva un grande desiderio di perfezione e di crescita nell’amore, affinché la sua preghiera fosse più potente nel cuore di Dio. Con dolore vedeva la sua fragilità, il suo spirito indipendente che reclamava i propri diritti – tratto questo molto accentuato nella sua personalità – e sospirava afflitta: “Mi dispiace molto per tutto ciò che contraddice la mia maniera di vedere e sentire. Devo morire perché gli altri vivano. Cristo morì per dare la vita a me”. Quanto dovette mortificarsi! Quanto dovette soffrire! Ma con gli occhi fissi in Cristo, andava avanti, senza guardare troppo i segni lasciati dalle spine nei suoi piedi, dando a tutto un significato spirituale » (6).

Durante la sua lunga vita in monastero, si verificavano sovente apparizioni e locuzioni da parte della Madonna e di Gesù, di alcune delle quali resta traccia nel diario della veggente. Nel’ultima decina di anni la salute peggiorò gradualmente e inesorabilmente ma il consueto buon umore non l’abbandonò: « I dolori, in particolare alla schiena e alle gambe per una deformazione della spina dorsale, erano sempre più acuti e da inizio gennaio 2005 le rendevano molto faticoso ogni movimento. Dal primo febbraio cominciò a venire nutrita mediante fleboclisi. Il 3 febbraio ricevette l’Unzione degli infermi e il 9 fece per l’ultima volta la comunione » (7).

Morì nel Carmelo di Coimbra il 13 febbraio 2005, a 98 anni. Il 13 febbraio 2008 papa Benedetto XVI ha concesso il decreto di dispensa dai cinque anni di attesa dalla morte affinché la Causa di beatificazione potesse essere prontamente iniziata. La Causa è svolta nella diocesi di Coimbra dal 2008 al 2017. I resti mortali della veggente riposano dal 2006 accanto a quelli di santa Giacinta Marto nella Basilica di Nostra Signora del Rosario.

Note

1) S. Gaeta, Fatima, Tutta la verità. La storia, i segreti, la consacrazione, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2017, p. 53.

2) Carmelo di Coimbra, (a cura di), Un Cammino sotto lo sguardo di Maria. Biografia di suor Lucia di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria, Edizioni OCD, Roma 2014, p. 200.

3) Ivi, p. 204.

4) Ivi, p. 375.

5) Ivi, pp. 378-379.

6) Ivi, pp. 404-407.

7) S. Gaeta, Fatima, Tutta la verità. La storia, i segreti, la consacrazione, p. 62.

 

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