Francisco e Giacinta Marto, Veggenti di Fatima, si sono fatti santi in così poco tempo anche perché sono andati “diretti” al contenuto essenziale della vocazione cristiana: preghiera e sacrificio mossi ed informati dalla Carità divina. Si sono saputi immolare perché rapiti, avvolti da quella Carità oceanica che tutto muove e tutto crea, di quella Carità di cui la Vergine Benedetta, apparendo a Fatima ai Pastorelli, si è fatta « Maestra che introduce i piccoli veggenti nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario e li porta ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana. Un’esperienza di grazia che li ha fatti diventare innamorati di Dio in Gesù, al punto che Giacinta esclamava: “Mi piace tanto dire a Gesù che Lo amo! Quando Glielo dico molte volte, mi sembra di avere un fuoco nel petto, ma non mi brucio”. E Francesco diceva: “Quel che m’è piaciuto più di tutto, fu di vedere Nostro Signore in quella luce che la Nostra Madre ci mise nel petto. Voglio tanto bene a Dio!” (Memorie di Suor Lucia, I, 42 e 126) » (1).

È questa profonda esperienza di Dio che li ha misticamente addestrati facendoli giungere, attraverso una generosità mai satura, ad una Carità che si dilatava verso i bisogni di tutto il mondo. Consolare Gesù e Maria offesi era la loro grande passione. Parlando di Francisco, il papa Giovanni Paolo II all’Omelia della beatificazione ricordava che a lui « Dio si fece conoscere “tanto triste”, come egli diceva. Una notte, suo padre lo sentì singhiozzare e gli domandò perché piangesse; il figlio rispose: “Pensavo a Gesù che è tanto triste a causa dei peccati che si fanno contro di Lui”. Un unico desiderio (…) muove ormai Francesco ed è quello di “consolare e far contento Gesù” (…). Francesco sopportò le grandi sofferenze causate dalla malattia, della quale poi morì, senza alcun lamento. Tutto gli sembrava poco per consolare Gesù; morì con il sorriso sulle labbra. Grande era, nel piccolo, il desiderio di riparare per le offese dei peccatori, offrendo a tale scopo lo sforzo di essere buono, i sacrifici, la preghiera » (2).

« Anche Giacinta, la sorella più giovane di lui di quasi due anni, viveva animata dai medesimi sentimenti », ma a Lei fu dato soprattutto di condividere e vivere l’afflizione della Madonna per i peccati che si commettono e per le anime che vanno all’Inferno, « offrendosi eroicamente come vittima per i peccatori. Un giorno, quando essa e Francesco avevano ormai contratto la malattia che li costringeva al letto, la Vergine Maria venne a visitarli in casa, come racconta Giacinta: “La Madonna è venuta a vederci e ha detto che molto presto verrà a prendere Francesco per portarlo in Cielo. A me ha chiesto se volevo ancora convertire più peccatori. Le ho detto di sì”. E, quando si avvicina il momento della dipartita di Francesco, la piccola gli raccomanda: “Da parte mia porta tanti saluti a Nostro Signore e alla Madonna e dì loro che sono disposta a sopportare tutto quanto vorranno per convertire i peccatori”. Giacinta era rimasta così colpita dalla visione dell’Inferno, avvenuta nell’apparizione di luglio, che tutte le mortificazioni e penitenze le sembravano poca cosa per salvare i peccatori (3).

Il loro sacrificio, la loro penitenza, la loro sofferenza erano mossi dal desiderio di interporsi tra Dio ed i peccatori ingrati e, placando la Sua giustizia oltraggiata, salvare tanti dall’eterna dannazione: « Nella Sacra Scrittura appare frequentemente che Dio sia alla ricerca di giusti per salvare la città degli uomini e lo stesso fa qui, in Fatima, quando la Madonna domanda: “Volete offrirvi a Dio per sopportare tutte le sofferenze che Egli vorrà mandarvi, in atto di riparazione per i peccati con cui Egli è offeso, e di supplica per la conversione dei peccatori?” (Memorie di Suor Lucia, I, 162) » (4). I santi Francisco e Giacinta, così, sono andati davvero all’essenziale, facendosi vittime con Gesù Vittima, agnellini immolati con l’ “Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (cf. Gv 1, 29).

Li muoveva una carità gigante e mai sazia di offrire e soffrire per amor di Gesù e Maria, per la salvezza dei peccatori, per riparare i peccati. Suor Lucia, nelle sue Memorie, racconta numerosissimi fioretti legati alle penitenze ed ai sacrifici dei suoi piccoli cugini. Ne riporto qualcuno ad edificazione di tutti:

« Passati alcuni giorni, andavamo con le nostre pecorelle per un sentiero sul quale trovai un pezzo di corda di un carro. La raccolsi e, giocando, l’annodai a un braccio. Non tardai ad accorgermi che la corda mi faceva male. Dissi allora ai miei cugini: “Guardate. Questa fa male! Potremmo legarla alla vita e offrire a Dio questo sacrificio”. Quei poveri bambini accettarono prontamente la mia idea, e subito la dividemmo fra noi tre. Il nostro coltello, fu lo spigolo d’una pietra battuta su un’altra. Sia per la grossezza e l’asprezza della corda, sia perché a volte la stringevamo troppo, questo strumento talora ci faceva soffrire orribilmente. Giacinta qualche volta lasciava cadere alcune lacrime per il dolore che la corda le causava; e quando io le suggerivo di toglierla, rispondeva: “No! Voglio offrire questo sacrificio al Signore, in riparazione e per la conversione dei peccatori”. Un’altra volta, giocavamo cogliendo dai muri certe erbe con le quali, stringendole nelle mani, si produce un piccolo scoppio. Giacinta raccogliendo quelle erbe, raccolse senza volere anche delle ortiche, con le quali si punse. Sentendo il dolore, le strinse ancor di più nelle mani, e ci disse: “Guardate, guardate un’altra cosa con cui ci possiamo mortificare!” Da quel giorno, prendemmo l’abitudine di darci ogni tanto con le ortiche dei colpi sulle gambe, per offrire a Dio anche quel sacrificio » (5).

Ancor più commovente ed eroica era la generosità da cui i piccoli Santi erano mossi nell’offrire a Dio le sofferenze morali, che ricevevano come provenienti direttamente dalle Sue paterne mani. Pregante è questa pagina delle Memorie di suor Lucia, che racconta la loro esperienza quando furono fatti prigionieri dal Sindaco di Ourém: « Quando, dopo averci separati, ci riunirono di nuovo in una stanza della prigione dicendo che da lì a poco sarebbero tornati per friggerci, Giacinta si allontanò da noi verso una finestra che si apriva sul mercato del bestiame. Pensai, all’inizio, che stesse distraendosi con quel che vedeva, ma presto mi accorsi che stava piangendo. Andai a prenderla, e le chiesi perché piangesse: “Perché – rispose – moriremo senza rivedere i nostri papà e le nostre mamme! E con le lacrime che le scorrevano per le guance: “lo voglio almeno veder la mia mamma!” “Ma dunque non vuoi offrire questo sacrificio per la conversione dei peccatori?” “Lo voglio, lo voglio”. E con le lacrime che le bagnavano il viso, con le mani e gli occhi alzati al Cielo, fece la sua offerta: “O mio Gesù! È per Vostro amore, per la conversione dei peccatori, per il Santo Padre e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria!” I carcerati che erano presenti a questa scena ci vollero consolare e dicevano: “Ma dite al sindaco questo vostro segreto”. Cosa importa a voi che quella Signora non voglia? “Dirlo, no! – rispose Giacinta, con vivacità – piuttosto voglio morire!” (6).

È, questa Carità sacrificale, carità che non inganna e non illude gli altri nè si prende gioco di Dio,  perché è la stessa Carità di Cristo sofferente e morente per noi: “Non c’è Carità più grande di chi dà la vita per i propri amici” (cf Gv 15, 13). In questo senso, questa carità sacrificale è il più fruttuoso “amore per i poveri” del mondo perché non ubriaca nell’illusione di salvarli dai mali sociali e dai disagi economici (« i poveri li avrete sempre con voi », ricordava il Signore – Gv 12, 8) ma, per mistero soprannaturale, realizza una “vicaria spirituale” per cui i veri amanti di Dio e delle anime liberano tanti loro fratelli dal peccato e dalle fiamme dell’Inferno: « La cosa veramente sconvolgente, indicibile, è la sofferenza vicaria, l’esistenza di vittime che silenziosamente, da tutti ignorate, si caricano di sofferenze per pagare colpe altrui, espiano per tutti, liberando anche tante anime del Purgatorio. Questa opera è l’unico, grande movimento di liberazione, l’unica vera “teologia della liberazione” che renda felici delle moltitudini e che non provochi tragedie » (7).

Note

1) Papa BENEDETTO XVI. Omelia sulla spianata del Santuario di Fatima, 13 maggio 2010: https://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/homilies/2010/documents/hf_ben-xvi_hom_20100513_fatima.html

2) Papa GIOVANNI PAOLO II, Omelia, Messa per la beatificazione dei venerabili Francesco e Giacinta, 13 maggio 2000: https://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/travels/2000/documents/hf_jp ii_hom_20000513_beatification-fatima.html

3) Papa GIOVANNI PAOLO II, Omelia citata.

4) Papa BENEDETTO XVI, Omelia citata.

5) Suor LUCIA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA, Memorie, Secretariados dos Pastoriňos, Fatima8 2005, p. 92.

6) Ivi, pp. 51-52.

7) A. SOCCI, Il segreto di Padre Pio, Rizzoli, Milano 2007, p. 226.

 

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