L’estratto (tratto da: Donald Anthony Foley, Il libro delle apparizioni mariane. Influenza e significato nella storia della Chiesa, Gribaudi, Milano 2004, pp. 17-31) è abbastanza lungo, ma molto interessante ed illuminante. Per facilitare la lettura ho marcato in grassetto le sezioni che mi sembrano di maggior rilievo. Una lettura integrale, in ogni caso, è consigliata.

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Vedere anche:

Enigmi e misteri della TILMA di Guadalupe: quell’immagine prodotta dal “dito di Dio”… 3 Documentari

e il seguente video:

www.youtube.com/watch

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IL RITORNO DI QUETZALCOATL

Il 21 aprile 1519, un giovedì santo, una flotta di undici caravelle con a bordo poco più di seicento uomini gettò Fancora nei pressi di un’isoletta al largo della costa della terra che ora chiamiamo Messico. Il capo della spedizione era lo spagnolo Hernàn Cortés. Con i suoi uomini, si accingeva a intraprendere un’avventura epica che avrebbe visto la conquista del grande, ma sanguinario e crudele, Impero azteco
, le cui montagne dalle cime innevate, dietro cui era ubicata la capitale Tenochtitlan, si scorgevano a malapena in lontananza. Il loro obiettivo era la conquista, sia per la gloria e la ricchezza personale, sia nell’interesse della Spagna e della Fede cattolica. Quando furono accòlti dagli emissari di Montezuma, il sovrano azteco, la portata del compito che si erano prefissati risultò più chiara: l’impero azteco era altamente organizzato, con milioni di sudditi e una forte tradizione guerriera, e non sarebbe caduto senza una dura lotta.

In tutto questo, però, gli spagnoli godettero di un vantàggio psicologico fondamentale: le tradizioni azteche parlavano del ritorno di Quetzalcoatl, il dio azteco dal viso pallido che un giorno sarebbe tornato per rivendicare la guida della nazione. Questa sua venuta era collegata all’anno che, nel calendario azteco, portava il riferimento al suo nome, 1-canna; si trattava di un anno che ricorreva ciclicamente una volta ogni cinquantadue anni e, per una strana coincidenza (o per un intervento provvidenziale) della storia, il 1519 era proprio questo tipo di anno. In effetti, la fede che gli aztechi prestavano a questa ricorrenza paralizzò Montezuma e facilitò enormemente la conquista spagnola, essendo il re convinto di non avere davanti un uomo, bensì un dio tornato sulla terra.

Pare, inoltre, che nel 1509 la sorella di Montezuma, la principessa Papantzin, avesse fatto un sogno talmente straordinario da esercitare una singolare influenza sull’imperatore. La principessa si era ammalata ed era andata in coma; credendola morta, gli aztechi l’avevano sepolta. Ella, però, aveva ripreso coscienza nella tomba e, una volta liberata, raccontò lo stupefacente sogno che aveva appena fatto. Nel sogno, un essere luminoso con una croce nera sulla fronte portava la principessa sulle coste dell’oceano per assistere all’arrivo di numerose navi con croci nere sulle vele; le veniva detto che questi erano i futuri conquistatori del Paese, che avrebbero portato anche la conoscenza del vero Dio.

Il giorno seguente, venerdì santo 22 aprile, Cortés e i suoi uomini sbarcarono dalle loro navi
 dove le vele crociate di nero giacevano ormai ripiegate su se stesse; poi parteciparono alla Messa e costruirono un campo per ospitare cavalli e cannoni, un carico, questo, che si sarebbe rivelato fondamentale nel garantire il loro vantaggio militare sugli aztechi. Essi, poi, portarono a riva alcune statuette lignee della Vergine, le quali avrebbero anch’esse svolto un ruolo molto importante negli eventi che seguirono. E fu proprio l’insistenza con cui Cortés chiese la cessazione dei sacrifici umani e la collocazione di una di queste statue, insieme a un altare e una croce, nel centro di un insanguinato tempio azteco, a far precipitare il conflitto con i conquistadores. Ancora una volta, il destinò favorì gli spagnoli, poiché gli aztechi si aspettavano che Quetzalcoatl tornasse il giorno del suo onomastico, 9-vento, che cadeva proprio il 22 aprile. Particolare altrettanto stupefacente, essi ritenevano che sarebbe giunto vestito di nero; ebbene, quando Cortés mise piede sulla costa, indossava proprio un abito nero, in commemorazione dei giorno più triste del calendario cristiano.

La domenica di Pasqua, dopo avere partecipato alla Messa solenne cantata, Cortés invitò a cena gli uomini di Montezuma a bordo della sua nave. Durante il pasto, gli aztechi cosparsero sul cibo del sangue umano fresco, raccolto in uno dei macabri sacrifici tipici della loro religione. Gli spagnoli, inorriditi, lo sputarono, e, ancora una volta, le predizioni degli aztechi parvero confermate: era nota, infatti, la ferma opposizione di QuetzalcoatI ai sacrifici umani. Quando gli emissari di Montezuma fecero ritorno dal loro sovrano, gli recarono l’atroce notizia che gii stranieri erano vestiti di ferro, cavalcavano cervi alti come il tetto di una casa e possedevano armi tremende che sputavano fuoco e distruzione. Pare che, all’udire queste parole, Montezuma sia quasi svenuto dall’orrore e si sia convinto che QuetzalcoatI fosse effettivamente tornato; di fatto, tutte le testimonianze pervenuteci al riguardo indicano che da quel momento in poi egli ebbe la sensazione che il suo impero avesse i giorni contati, anche se ciò non impedì ai sudditi di opporre una feroce difesa nelle decisive battaglie per la conquista del Messico.

LA SPAGNA E LA CONQUISTA DEL MESSICO

La prima importante apparizione della Madonna nell’era moderna, dopo l’inizio della Riforma in Europa per opera di Lutero e dei suoi seguaci, ebbe luogo nei pressi di Città del Messico nel 1531. Questa apparizione, dunque, si verificò durante la fase principale di quell’importantissimo evento che fu la Riforma protestante, proprio quando le tappe iniziali di questa rivolta stavano giungendo a compimento e la Riforma cattolica iniziava ad avere effetto.
 La Controriforma, di per sé, non fu una semplice reazione al protestantesimo, bensì un movimento di riforma in seno alla Chiesa sviluppatosi nel corso di un lungo arco di tempo, anche se i suoi sviluppi più importanti si verificarono dopo l’inizio della rivolta protestante.

Dal momento che le apparizioni della Madonna di Guadalupe ebbero luogo durante il periodo della Riforma, possiamo comprenderne realmente il vero significato solo in rapporto con questo evento storico. In quest’ottica, emerge con chiarezza che non è fantasioso considerare Guadalupe una parte della risposta di Dio alla frattura prodottasi nella cristianità e formalizzata dalla rivolta di Martin Lutero. E, infatti, fu solo diciotto mesi prima dell’arrivo dei conquistadores in Messico che Lutero, il 31 ottobre 1517, affisse le sue celebri novantacinque tesi sulla porta della chiesa del castello di Wittenberg, scatenando quella grande rivoluzione religiosa, sociale e politica. Ora, Cortés e i suoi seguaci con le loro armi mortali di nuova concezione stavano facendo un’affissione su un portale molto diverso, la soglia dell’impero azteco, e il feroce attacco mosso a questo impero avrebbe spalancato un mondo compietamente nuovo all’Occidente. Mentre la Riforma procedeva e si affermava, in tutti i possedimenti spagnoli di Carlo V venne profuso uno spirito di crociata cattolico destinato all’opera da svolgere sia ai fini della Riforma cattolica in Europa sia a quelli dell’evangelizzazione nelle Americhe. L’importantissima scoperta del Nuovo Mondo e la conseguente esplorazione, seguita dallo sfruttamento di queste tetre, incominciate con Colombo nel 1492, si erano ulteriormente sviluppate negli anni che precedettero la Riforma.

La Chiesa era prevalentemente interessata all’evangelizzazione degli abitanti di queste zone, e il papato fece delle concessioni ai monarchi spagnoli a condizione che a queste popolazioni venisse effettivamente predicato il cristianesimo. Purtroppo, sin dall’inizio ci fu un dissidio fra gli interessi regali e quelli dei conquistadores e dei loro compagni. Benché desiderosi di sfruttare il loro nuovo impero, i monarchi ebbero un approccio più benevolo di quello dei conquistadores e dei coloni, i quali, a dire il vero, si preoccuparono più delle ricchezze che del trattamento riservato agli indios.

Gli aztechi avevano una civiltà piuttosto avanzata dal punto di vista dell’agricoltura, dell’arte e dell’architettura, e anche sotto il profilo scientifico, come dimostrano i loro studi di astronomia e matematica; essi, però, erano anche abbastanza primitivi quanto a credenze, dato che il loro approccio animistico nei confronti del mondo li rendeva arretrati e fatalistii. Si facevano chiamare Mexica, e per via delle loro capacità guerriere erano dei soldati mercenari, benché le altre tribù li detestassero per la loro immoralità per la loro propensione per i sacrifici umani. Con il tempo, eressero la città di Tenochtitlan su un’isola del Lago Texcoco, e gradualmente accrebbero il loro potere, ampliando i propri possedimenti attraverso la conquista nella prima metà del XV secolo. I nemici fatti prigionieri in battaglia diventavano le loro vittime sacrificali, e ci fu un’occasione in cui ad almeno ventimila di questi prigionieri fu strappato il cuore dal petto mentre erano ancora vivi; ciò ebbe luogo durante la cerimonia della dedicazione di un nuovo tempio, edificato in onore del loro dio Huitzilopochtli.

All’inizio del XVI secolo, gli aztechi avevano il controllo di gran parte del Messico centrale e meridionale, ma si erano fatti anche dei nemici giurati, come la popolazione di Tlaxcalan, e tale inimicizia fu una delle ragioni della loro caduta all’arrivo degli spagnoli. All’epoca della conquista nel 1519, l’imperatore Montezuma regnava da sovrano assoluto; questi era un uomo religioso ma superstizioso e, come abbiamo visto, credeva nella vecchia tradizione secondo cui il dio Quetzalcoatl sarebbe tornato a governare il Paese. Hernàn Cortés aveva ricevuto l’incarico dal governatore cubano, Velasquez, di esplorare l’entroterra del Messico; egli era dunque l’uomo destinato alla responsabilità di aprire il Messico all’influenza della cristianità e, quindi, solo dodici anni dopo, nel 1531, alle meravigliose apparizioni della Beata Vergine. Particolare interessante, Cortés era nato a qualche decina di chilometri dal santuario mariano di Guadalupe in Spagna, ed è risaputo che, nelle battaglie contro gli aztechi, egli considerò sua patrona proprio la Madonna di Guadalupe.Montezuma, non essendo sicuro di sé, permise agli spagnoli di avvicinarsi sempre di più alla capitale, ed essi ne approfittarono per stringere alleanze con le altre tribù. Alla fine, l’imperatore, timoroso dell’ira degli dei, accolse Cortés come Quetzalcoatl, o un suo emissario, tornato per rivendicare il trono.

Gli aztechi accolsero gli spagnoli a Tenochtitlan, futura Città del Messico, ma gli europei sapevano bene di trovarsi in trappola, circondati com’erano da migliaia di indios loro ostili. Preoccupato per la sicurezza dei suoi uomini e per l’esito della missione, Cortes prese Montezuma come ostaggio e, benché gli spagnoli riservassero un trattamento dignitoso al sovrano azetca, fra alcuni sostenitori dell’imperatore crebbe l’ira nei confronti degli invasori, particolarmente quando Cortés chiese che cessassero i sacrifici umani e che i simboli del paganesimo fossero sostituiti con croci e statue della Madonna. Non a caso, terminata la conquista del Messico, Cortés progettò di far arrivare dei sacerdoti e dei religiosi per convertire in massa gli aztechi alla cristianità. In questo viaggio, al seguito di Cortés c’erano cinque sacerdoti che, visto l’eccessivo zelo religioso da lui dimostrato nell’opporsi ai costumi pagani, furono indotti a frenarlo, ritenendo che stesse mettendo a repentaglio la sicurezza di tutta la spedizione.

Cortés riuscì ad accrescere la propria forza accogliendo fra i suoi uomini un altro gruppo di spagnoli che il governatore Velasquez aveva inviato contro i guerrieri aztechi. Seguì una battaglia in cui gli europei furono ripetutamente attaccati dagli aztechi, e nel fervore della lotta Montezuma fu ucciso, colpito da un proiettile esploso dai suoi stessi uomini. Obbligati a ritirarsi, gli spagnoli ebbero la fortuna che i loro alleati di Tlaxcalan e altre popolazioni locali fossero ancora disposti a sostenerli, giacché senza questo aiuto sarebbero andati incontro a morte sicura. Cortés dovette dare fondo alle sue grandi doti di persuasione per indurre i suoi uomini a riprendere la lotta per la conquista della città, ben sapendo che, a questo punto, gli aztechi erano pronti ad affrontarli e a combattere con accanimento e ferocia. Fu dunque posto l’assedio alla città, che cadde durante te una sanguinosa battaglia in cui le forze azteche furono sconfitte il 13 agosto 1521. Con meno di mille uomini e sostenuto dagli alleati indios, Cortés aveva soggiogato una potente nazione militare e ottenuto il controllo di un impero immenso e di milioni di sudditi.

GUADALUPE: LE APPARIZIONI SULLA COLLINA DI TEPEYAC

Gli uomini di Cortés si aspettavano un ricco bottino dalla loro schiacciante vittoria, ma, quando capirono che l’oro da spartire era poco, per placarne la collera Cortés decise di distribuire fra loro le città degli indios. In precedenza, questa consuetudine, definita encomienda, era stata adottata in altri possedimenti spagnoli dell’area caraibica. A livello teorico, questo sistema prevedeva che il proprietario terriero si prendesse cura dei propri sudditi indios facendo sì che si convertissero alla cristianità; nella realtà, però, egli faceva di alcuni indios dei veri e propri schiavi e li soggiogava con ogni genere di abuso. Naturalmente fra gli indios serpeggiava un certo risentimento per la piega che avevano preso gli avvenimenti, e l’encomienda non facilitò certamente le cose. Fra gli spagnoli, infatti, gli unici disposti a prendere le difese degli indios era un crescente numero di ecclesiastici che stava arrivando in Messico, fra cui, nel 1527, il primo vescovo di Città del Messico, Juan de Zumàrraga. Questi aveva il titolo di “Protettore degli indios”, ma a quell’epoca non si era ancora insediato, e inizialmente il pieno esercizio della sua autorità fu ostacolato da alcuni funzionari corrotti, tra cui il giudice Nuno de Guzman. Il vescovo iniziò a predicare contro gli abusi perpetrati contro gli indios, ma potè realmente operare liberamente solo quando Guzman, nella speranza di riottenere il favore reale grazie alle recenti conquiste, partì per il Messico occidentale nel 152912. Nel frattempo, il vescovo Zumàrraga amministrò la sua diocesi con saggezza e contribuì a dare stabilità alla colonia spagnola di Città del Messico che cresceva rapidamente.

I francescani erano stati inviati già nel 1523, mentre i domenicani giunsero poco dopo, e incominciarono l’opera di cristianizzazione di queste vaste terre; essi, però, incontrarono numerosi ostacoli che andavano dall’esigenza di apprendere lingue nuove, all’attaccamento degli indios alle vecchie consuetudini, e, naturalmente, al risentimento delle autorità spagnole nei confronti di quelle che esse consideravano delle interferenze. Inoltre, la maggior parte degli indios viveva in piccoli villaggi sparsi, e molti sospettavano che i missionari non fossero altro che delle pedine del nuovo regime, incaricate di controllarli e sfruttarli. Malgrado queste difficoltà, i missionari operarono con diligenza. Resta il fatto che era realistico ritenere che la conversione della gente del posto avrebbe richiesto un periodo di tempo straordinariamente lungo.

Ciononostante, fra gli indios c’erano anche dei convertiti, e, in particolare, una coppia di coniugi che viveva nei pressi di Città del Messico; essi avevano accettato la Fede e con il battesimo ricevuto nel 1525 avevano assunto il nome di Juan Diego e Maria Lucia. Alla morte della moglie nel 1529, Juan Diego si era trasferito con un anziano zio in un paese vicino alla capitale. Sabato 9 dicembre 1531, pur di arrivare in tempo alla Messa, l’uomo era partito da casa prima dell’alba, anche perché quel giorno era la festa dell’Immacolata Concezione di Maria, che a quell’epoca si festeggiava il 9 anziché l’8 dicembre, come invece siamo soliti fare oggi. Juan Diego era stato edotto circa il ruolo e le prerogative della Madonna dai frati francescani del convento di Tlatelolco, e senza dubbio era in grado di apprezzare la purezza e la santità della Vergine e della cristianità in generale, rispetto alla natura offensiva e ripugnante della religione azteca. A mano a mano che si avvicinava alla città, l’uomo dovette passare per la collina di Tepeyac, dove tempo prima si erigeva un tempio pagano azteco. Attraversando questa zona, fu sorpreso all’udire il suono di una musica di straordinaria bellezza che giungeva dalla sommità della collina. Stupito, alzò lo sguardo e vide una nuvola bianca che emanava luci del colore dell’arcobaleno. D’un tratto, la musica cessò e Juan Diego sentì una bellissima voce femminile che lo chiamava dicendo:

«Juan Diego, carissimo Juan Diego», nella sua lingua materna nahuatl. Sentendosi attratto da quella voce, egli salì su per la collina dove gli si fece incontro una Signora di incomparabile bellezza, avvolta in una luce abbagliante di tale intensità da illuminare quanto stava intorno. Ecco la descrizione che Juan Diego fece dell’inaspettato incontro, secondo il Nican Mopohua, un resoconto dei fatti redatto probabilmente dieci o quindici anni dopo le apparizioni: «Egli era pieno di soggezione e di ammirazione davanti allo splendore di lei. Gli abiti della Signora erano sfolgoranti come il sole; lo spuntone di roccia su cui poggiava il suo piede emanava raggi di luce e somigliava a un bracciale di pietre preziose; persino la terra brillava come la bruma di un arcobaleno. I cespugli di mezquite, i fichi d’india e altri umili arbusti ed erbe che erano soliti crescere in quel punto somigliavano a smeraldi, il fogliame a prezioso turchese, e i rami e le spine a oro scintillante».

Juan Diego cadde in ginocchio in segno di rispetto davanti a questa meravigliosa apparizione, mentre la giovane Signora, che sembrava una quattordicenne, gli chiedeva garbatamente dove si stesse recando. Juan Diego rispose che stava andando a Messa ed ella sorrise in segno di approvazione prima di continuare:

«Sappi, sappi per certo, figlio mio carissimo, tu che sei il più piccolo tra i miei figli, che io sono la sempre Vergine Maria, Madre del vero Dio, di Colui in virtù del quale tutto vive, il Creatore degli uomini, Padrone di tutto ciò che ci circonda e Signore del cielo e della terra. Desidero ardentemente che in questo luogo sia costruita una piccola casa per me, dove io Lo mostrerò, Lo esalterò, Lo renderò manifesto. Lo darò alla gente con tutto il mio amore, con la mia compassione, il mio aiuto, la mia protezione: perché io sono vostra Madre misericordiosa, Madre tua e di tutti coloro che vivono uniti in questo Paese e di tutti coloro, di diversa discendenza, che mi amano, coloro che mi implorano e che hanno fiducia in me. In questo luogo ascolterò il loro pianto e il loro dolore, e lenirò tutte le loro pene, le loro disgrazie, le loro sofferenze. E per realizzare ciò che la mia sollecitudine, misericordiosa e compassionevole, sta cercando di fare, devi recarti alla residenza del vescovo di Città del Messico e dirgli che ti ho mandato a mostrargli con quanto ardore desidero che mi faccia costruire un tempio proprio qui, su questa piana; gli riferirai esattamente tutto ciò che hai visto e ammirato, e quello che hai sentito. Sappi per certo che lo apprezzerò molto, che ti sarò grata e ti ricompenserò. E tu? Tu meriti davvero la ricompensa che ti riconoscerò per i tuoi sforzi, per la tua opera e per le preoccupazioni che ti darà la mia missione. Ora, carissimo figlio, che hai sentito il mio sussurro, la mia parola, ora va’ e fa’ del tuo meglio».

Juan Diego, assolutamente meravigliato, accettò di compiere quello che la Signora gli chiedeva e si incamminò verso la città mentre albeggiava. Probabilmente lo preoccupava il pensiero di doversi presentare al vescovo Zumàrraga, ma perseverò nel suo scopo e, giunto a destinazione, un servitore gli disse di attendere. Dopo un’ora, fu chiamato a colloquio in lingua spagnola con il vescovo, il quale lo interrogò mediante l’aiuto di un interprete. Juan Diego si inchinò davanti a Zumàrraga e gli raccontò quello che era accaduto e le parole della Signora; il prelato fu colpito dall’atteggiamento umile e sincero del messicano, ma rispose che gli occorreva tempo per considerare la questione, e, ciò detto, congedò Diego.

Questi riprese la via di casa, arrancando con disappunto verso la collina di Tepeyac, e trovò nuovamente la Signora che lo attendeva. Le riferì del suo incontro con il vescovo e quanto gli aveva detto, e poi le chiese di affidare questa missione a qualcuno di più importante. Ella, però, si limitò a sorridere e osservò che aveva scelto proprio lui per consegnare il messaggio, e che egli sarebbe dovuto tornare dal vescovo per chiedere in nome della Signora la costruzione di un teocalli o “tempio” sottolineando che lei era la Vergine Maria, la Madre di Dio in persona.

Juan Diego, incoraggiato e rassicurato, accettò di presentarsi nuovamente al vescovo il giorno dopo, cosa che fece dopo aver seguito la Messa mattutina della domenica nella chiesa di Tlatelolco. Questa volta, però, i servitori del vescovo non lo trattarono con molto riguardo ed egli dovette attendere diverse ore nel patio della residenza, freddo ed esposto al vento, prima di essere finalmente ricevuto dal prelato. Il vescovo Zumàrraga, che era un uomo gentile, lo ricevette con cortesia, benché fosse probabilmente sorpreso di rivederlo così presto. Juan Diego si mise a raccontare la sua Storia ed espose la richiesta della Signora, rispondendo a tutte le domande del vescovo e, ancora una volta, colpendolo con la sua evidente sincerità, malgrado la comprensibile riluttanza di Zumàrraga a costruire una cappella sulla base di una testimonianza così labile. Il vescovo disse all’indio che aveva bisogno di qualcosa di più, come segno del cielo. Juan Diego promise di trasmettere la richiesta alia Signora; poi se ne andò, seguito con discrezione da due aiutanti del vescovo che lo pedinarono fin nei pressi della collina di Tcpeyac, dove lo persero di vista. Dopo una ricerca lunga e infruttuosa, fecero finalmente ritorno dal vescovo, esortandolo a punire il messicano per aver fatto perdere loro del tempo. Zumàrraga, tuttavia, decise di attendere l’esito della sua richiesta di un segno.

L’IMMAGINE MIRACOLOSA DI GUADALUPE

Nel frattempo, Juan Piego aveva incontrato nuovamente la bella Signora, che gli era apparsa avvolta in una bruma luminosa sulla cima della collina e, dopo averle riferito l’accaduto, implorò che gli desse un segno affinché lo credessero. Ella lo rassicurò dicendogli che gli avrebbe dato un segno e che lo aspettava di nuovo in quel luogo. Juan Diego tornò al villaggio dove trovò lo zio in preda a una forte febbre che lo costrinse ad accudirlo per quella notte e il giorno dopo. Giunta la sera, l’anziano uomo, ormai in punto di mone, spronò il nipote ad andare a Città del Messico per cercare un sacerdote che gli somministrasse gli ultimi sacramenti.

Juan Diego partì di buon mattino, in pensiero per le condizioni dello zio, ma anche un po’ imbarazzato per non essere potuto andare all’appuntamento con la Signora. Preoccupato e confuso, cercò allora di evitarla, passando sul fianco opposto della collina, ma ella scese ad incontrarlo e gli chiese dove stesse andando. Juan Diego le raccontò dello zio malato e della necessità di chiamare un sacerdote, promettendole che il giorno dopo avrebbe consegnato l’atteso segno. La Signora rassicurò Juan Diego, dicendo che lo zio non aveva più bisogno degli ultimi sacramenti, giacché non era più in pericolo di vita:

«Non sono forse qui io, io che sono tua Madre? Non sei forse sotto la mia ombra e la mia protezione? Non sono io la fonte della tua gioia? Non sei forse avviluppato nel mio mantello, rannicchiato fra le mie braccia? C ’è ancora qualcosa di cui hai bisogno? Non preoccuparti e non crucciarti. Non stare in pensiero per la malattia dello zio perché non morirà. In questo stesso istante, sta già meglio».

All’udire la notizia, Juan Diego fu sopraffatto dalla gioia e subito si offrì di consegnare al vescovo il segno promesso. La Vergine gli chiese di andare a raccogliere dei fiori sulla cima della collina e portarglieli. Juan Diego eseguì la richiesta e quale deve essere stato il suo stupore davanti alla vista che, quella mattina di dicembre, lo colse sulla fredda cima della collina: ovunque c’erano dei fiori meravigliosi, fra cui delle rose, dall’aspetto quasi paradisiaco, sbocciati benché fuori stagione. Egli aprì il suo rustico mantello o tilmaì fatta di fibra di agave o ayate, raccolse questi splendidi fiori e li portò alla Signora. Ella li dispose con le sue stesse mani, dicendo a Juan Diego:

«Figlio mio carissimo, tu che sei il più piccolo tra i miei figli, queste diverse specie di fiori sono la prova, il segno che porterai al vescovo… Ti ingiungo di non aprire la tilma e di non rivelarne il contenuto finché non sarai alla sua presenza. Gli racconterai accuratamente ogni cosa… affinché venga fatta costruire la casa di Dio che ho chiesto».

Juan Diego si affrettò verso la città, recando con sé il prezioso fardello con là sua gradevole fragranza. I servitori del vescovo non furono contenti di vederlo e gli impedirono l’ingresso; alla fine, però, gli fu permesso di entrare alla presenza del vescovo. In quel momento, il vescovo Zumàrraga era con alcune persone importanti, fra cui il nuovo governatore del Messico, e Juan Diego, descrivendo ancora una volta quanto gli era capitato a Tepeyac, sciolse i lembi della stoffa e ne lasciò cadere a terra il contenuto. Tutti i presenti rimasero stupefatti davanti all’inaspettata visione, ma lo furono ancora di più nell’alzare lo sguardo sulla tilma che Juan Diego teneva ancora in mano; lì, davanti a loro, videro una magnifica immagine di Maria, proprio come Taveva descritta l’indio, impressa sulla ruvida stoffa della tilma. Alla vista del prodigio, si inginocchiarono con riverenza: erano i primi a vedere la miracolosa Immagine di Guadalupe, ora custodita a Città del Messico da più di quattro secoli e mezzo. Alla fine, il vescovo Zumàrraga si alzò, si scusò con Juan Diego per avere dubitato delle sue parole e lo invitò a rimanere, mentre la tilma veniva portata nella piccola cappella privata del prelato.

La notizia della meraviglia si diffuse rapidamente, e il giorno dopo la sacra Immagine della Madonna fu portata alla cattedrale in processione. Più tardi, Juan Diego accompagnò sul luogo delle apparizioni un gruppo di persone per una ricognizione, mentre si facevano progetti per la costruzione di una cappellina, come misura temporanea. Il luogo era destinato ad acquistare una doppia importanza per gli indios, dal momento che lì veniva tradizionalmente adorata Tonantzin, “madre degli dei”.

Più tardi, di ritorno al villaggio, scortato da una guardia d’onore, Juan Diego constatò che lo zio si era ristabilito. Raccontò all’anziano parente quanto era accaduto, e a sua volta lo zio gli spiegò che probabilmente quella bella Signora era la stessa che era apparsa anche a lui per curarlo e dirgli il nome con il quale desiderava essere conosciuta.

Quest’informazione venne poi riferita al vescovo da un interprete, il quale credette, probabilmente sbagliandosi, che l’anziano uomo avesse cercato di dire: «La Sempre Vergine, Nostra Signora di Guadalupe».

Il vescovo Zumàrraga si stupì, dal momento che,
 come abbiamo visto, Guadalupe era il nome di un antico santuario spagnolo dedicato alla Madonna. Benché potesse sembrare inopportuno, fu questo il nome che alla fine venne adottato anche per il luogo di culto messicano; è tuttavia più probabile che esso rappresentasse l’equivalente fonetico di ciò che lo zio di Juan Diego aveva cercato di dire. Non sorprende che il vescovo Zumàrraga, francescano, e gli spagnoli con lui avessero collegato l’Immagine al santuario di Guadalupe in Spagna, dato che quel santuario era stato affidato ai francescani. Inoltre, c’era anche una certa somiglianza fra l’Immagine sulla tilma e una statua di Maria raffigurata come l’Immacolata Concezione, conservata nel luogo di culto spagnolo.

Si è cercato numerose volte di rendere con esattezza la parola nahuatl originariamente tradotta come “Guadalupe”, ma la risposta più probabile è che si sia trattato del tentativo dell’interprete di tradurre il titolo di Maria in nahuatl, Coatlaxopeuh, parola che significa “Colei che spezza, calpesta o schiaccia il serpente”.

Questa spiegazione ha perfettamente senso con riferimento all’uso del simbolismo del serpente, ampiamente diffuso fra gli aztechi e strettamente associato all’adorazione delle principali divinità nella loro religione di sacrifici umani. I serpenti erano gli animali più rappresentati nella scultura azteca, la quale costituiva il principale mezzo raffigurativo dell’arte di questo popolo. Quetzalcoatl, simboleggiato da un serpente piumato, era una delle divinità più importanti; egli era considerato creatore e dio del vento, della cultura e della conoscenza. Altri dei-serpenti erano Mixcoatl, divinità del “serpente-nuvola”, e due divinità femminili, Cihuacoatl, “donna-serpente”, e Coatlicue, “gonna-serpente”, madre di Huitzilopochtli, dio sacrificale della guerra degli aztechi di Tenochtitlan.

Come sottolinea Warren H. Carroll, «il serpente era un simbolo quasi universale della religione messicana. I Sacrifici erano annunciati dal rullo prolungato di un immenso tamburo, fatto di pelle di serpenti giganti, udibile a tre chilometri di distanza. In nessun altro momento della storia umana Satana ha a tal punto formalizzato e istituzionalizzato il proprio culto con così tanti titoli e simboli demoniaci».

Si tratta di un’osservazione significativa. Così a Guadalupe Maria, la “donna della Genesi”, la nuova Èva, ha schiacciato la testa del serpente, simbolo tipico dell’adorazione nella religione azteca, ed ha aperto la strada all’adorazione dell’unico vero Dio in Messico. Quanto a Juan Diego, visse fino al 1548 facendosi carico del piccolo santuario che era stato edificato per ospitare l’Immagine e illustrandone il significato alle numerose migliaia di pellegrini che visitavano il luogo delle apparizioni.

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