note introduttive

Potrebbe sembrare che questa rubrica esuli dal fine proprio del nostro sito mariano ma, in realtà, non è così perché è dalle indicazioni stesse della Vergine Maria durante le sue apparizioni che si scopre l’importanza della riflessione e della meditazione sulla Sacra Scrittura a cui di frequente Ella si appella e di cui invita alla lettura sapienziale.

Nei messaggi di San Nicolas Maria Immacolata spesso, al termine delle sue parole, invitava a leggere una pericope biblica da Lei indicata che avesse attinenza con il suo messaggio.

Ad Anguera molto spesso presenta figure bibliche come modelli di fede da seguire ed invita a riscoprire i “tesori della Sacra Scrittura”.

I messaggi di Maria sono sempre profondamente biblici, come biblici sono anche i segni che Lei lascia con il suo modo di apparire, con alcune devozioni particolari che richiede, con numerose circostanze (geografiche e temporali) legate al suo manifestarsi.

Il teologo D. Foley, in un suo ottimo libro sulle apparizioni mariane, ha ravvisato in diverse apparizioni moderne un compimento delle figure antiche per cui ha potuto chiamare la Vergine Addolorata di La Salette nuovo Mosè quella di Fatima nuovo Elia, ecc.

Da suor Lucia di Fatima poi scopriamo che il contenuto il significato del Terzo Segreto “è tutto nei Vangeli e nell’Apocalisse” e in particolare nei capitoli VIII e XIII.

Vorrei allora offrire di tanto in tanto riflessioni bibliche, quelle in particolare che abbiano attinenza con i temi trattati nelle apparizioni e nei messaggi della Vergine Santissima e quelle che possono aiutarci meglio a capire il momento peculiare in cui ci troviamo. Per questo prendo come maestro il Servo di Dio don Dolindo Ruotolo.

Non che il suo commentario alla Sacra Scrittura sia il solo affidabile ma penso personalmente che, a motivo della sua notevole santità, abbia raggiunto una penetrazione delle Scritture decisamente maggiore rispetto ad altri pur validi esegeti che tuttavia fanno valere di più il dato scientifico (che di per sé non è sbagliato ma non la ritengo la migliore via da battere) su quello mistico.

I commenti di don Dolindo nutrono l’anima e guidano ad assaporare e penetrare i segreti di quella “Lettera d’amore” (come la definiva san Pio da Pietrelcina) scritta dallo Spirito Santo per la salvezza soprannaturale degli uomini.

 

Riferimento: Giudici, 4, 1-24

(L’italiano è un po’ datato scrivendo don Dolindo nel 1943-44 ma si capisce tutto integralmente per cui preferisco lasciare il testo così com’è).

SETTE TROMBE, SETTE COPPE…

San Giovanni aveva visto sette angeli che portavano le ultime piaghe del mondo, uscire dal tempio del Tabernacolo della testimonianza nel Cielo, vindici della divina Legge e quasi sacerdoti che si avanzavano per compiere un solenne sacrificio di riparazione e di espiazione per i peccati del mondo. Tutti insieme costituivano uno spettacolo grandioso che profondamente lo impressionò. Erano vestiti di lino puro e candido, rifulgendo di candida luce che formava il loro ammanto, erano tutti d’ineffabile purezza, e intorno al petto erano cinti di fasce d’oro, rifulgendo nella carità come soli splendenti. Erano tutti insieme il contrasto più bello e più vivo con l’impurità e l’apostasia del mondo, e si avanzavano pieni di arcana maestà per riparare l’onore di Dio, manomesso dal tenebroso regno dell’anticristo, regno di orrori, di ingiustizie, di vizi spaventosi e di apostasia piena e completa da Dio.

Dominatori delle forze della creazione, ricevettero ognuno un potere particolare per reagire al regno del male, e perciò san Giovanni vide che ricevevano da uno dei quattro animali ciascuno una coppa piena dell’ira di Dio vivente nei secoli dei secoli.L’ordine ammirabile della creazione stava nelle loro mani come coppa delle libagioni di un sacrificio, perché essi dovevano con le medesime leggi, che ne regolavano l’armonia, far sentire agli uomini che non lo si può impunemente violare calpestando la Legge di Dio. Quel dominio sulla creazione e l’arcano potere, con il quale ne dovevano ristabilire l’armonia, erano l’espressione dell’ira di Dio, cioè della sua ripugnanza al male e al peccato, e perciò quelle simboliche coppe erano come la sintesi delle forze create che reagiscano al male ed al peccato.

Sette angeli avevano già portato sulla terra sette flagelli suonando ciascuno una tromba (capitoli VIIIo e IXo), ma quei flagelli erano parziali, e colpirono la terza parte della terra, del mare, dei fiumi, delle fontane, del sole, della luna e delle stelle; erano un monito alle umane generazioni, e perciò vennero espressi con il simbolo di trombe che suonavano; erano l’appello che le potenze angeliche facevano alle forze della natura, perché avessero scossi i cuori induriti degli uomini, per prepararli al trionfo di Dio nella Chiesa e per la Chiesa, che doveva seguire a quei grandi castighi.

Quando però gli uomini, ingrati ancora una volta ai benefici di Dio, totalitariamente perversi e apostati da Lui nel regno dell’anticristo, avrebbero raggiunto il colmo dell’empietà, le forze della creazione medesima avrebbero quasi fatto appello agli angeli che erano ad esse preposti, perché avessero vendicato e riparato il manomesso onore di Dio, travolgendo nella rovina i perversi tracotanti e trionfanti, servendosi di loro con piena padronanza, e per questo i sette angeli non ricevettero trombe per scuotere gli uomini, ma coppe piene dell’ira di Dio, e le ricevettero da uno dei quattro animali in rappresentanza di tutti; ricevettero la pienezza cioè del dominio delle forze create, le raccolsero nelle loro mani quasi in una coppa di libagione di un gran sacrificio espiatorio, e le versarono sui perversi totalitariamente come totalitariamente si versa il liquido da una coppa capovolta.

Il suono di una tromba si disperde nell’aria e colpisce solo per poco gli orecchi, giungendo loro anche in parte; il liquido di una coppa, invece, quando è versato in un punto lo investe in pieno, e si direbbe che lo centri completamente. Per questo le tribolazioni parziali che dovevano ammonire e scuotere gli uomini il Signore le manifestò sotto il simbolo d’un suono di tromba, e quelle che dovevano centrare il male e definitivamente colpirlo le manifestò con il simbolo di coppe ripiene che venivano versate sulla terra.

Evidentemente gli angeli che suonarono le trombe sono gli stessi angeli vindici della divina gloria che versarono le coppe, benché le due serie di flagelli da essi provocati abbiano tra loro delle differenze per il modo come colpirono gli uomini peccatori.

La prima tromba provocò una grandinata (capitolo 8, 7), come la produsse la settima coppa (versetto 21), ma la prima grandinata cadde sulla terra, insieme a fuoco mescolato con sangue, e distrusse solo la terza parte della terra, mentre la grandinata della settima coppa cadde sugli uomini, grossa come un talento, cioè dai chicchi pesanti quarantatre chilogrammi, in mezzo a una tempesta spaventosa e a un terremoto terribile che devastò ogni cosa.

Al suono della seconda tromba, la terza parte del mare fu cambiata in sangue (8, 8) per un grande monte di fuoco che vi fu gettato dentro, provocando la morte della terza parte delle creature in esso viventi e la distruzione della terza parte delle navi; al versarsi della seconda coppa invece (versetto 3) tutta l’acqua del mare fu cambiata in sangue cadaverico, e tutte le creature che vivevano in esso perirono.

Al suono della terza tromba furono colpite le acque dei fiumi e delle fonti, come lo furono al versarsi della terza coppa; ma nel primo flagello una terza parte delle acque divenne assenzio, provocando la morte di molti uomini (8, 10, 11), mentre nel secondo tutte le acque furono cambiate in sangue (versetto 4).

Al suono della quarta tromba fu percossa la terza parte del sole, della luna e delle stelle, provocandone l’oscuramento e di conseguenza il raffreddamento (8, 12); al versarsi invece della quarta coppa il sole ebbe un accrescimento di calore, tale da far ardere gli uomini per il caldo (versetti 8 e 9). La diversità dei due flagelli, dimostrava poi che il primo non fu provocato da un naturale raffreddamento del sole, ma dalla potenza angelica, perché il sole non avrebbe potuto raffreddarsi prima per esaurimento, ed essere poi più acceso di calore fino a far bruciare dal caldo gli uomini.

Al suono della quinta tromba si aprì il pozzo dell’abisso e per il grande fumo che ne uscì si oscurarono il sole e l’aria, e dal fumo uscirono le locuste tormentanti gli uomini (9, 1-5); al versarsi della quinta coppa, il trono dell’anticristo diventò tenebroso e misero, e gli uomini per i dolori bestemmiarono e si morsero la lingua (versetto 10).

Al suono della sesta tromba furono sciolti i quattro angeli legati presso l’Eufrate, per la guerra che doveva accendersi (9, 13-19), e al versarsi della sesta coppa l’Eufrate fu disseccato per aprire la strada all’invasione dei re dell’Oriente (versetto 12).

Al suono della settima tromba infine seguì l’annuncio del regno di Dio e del Cristo (9, 15-19), e al versarsi della settima coppa seguirono i grandi flagelli che dovevano porre fine alla terra, per inaugurare poi il Regno eterno del Signore sui giusti e sui salvati (versetto 17ss).

E SCOPPIA UN’EPIDEMIA SPAVENTOSA

Ecco, il primo angelo si avanzava nel mondo insozzato dall’orgogliosa iattanza dell’apostasia da Dio, e guardava con fulminante sdegno quegli uomini vili che portavano come un ornamento il segno della bestia, e ne adoravano con estrema viltà l’immagine obbrobriosa; essi meritavano un segno di ignominia che manifestasse l’obbrobrio dell’anima loro, e meritavano di perdere anche nelle fattezze esteriori la nobiltà che Dio aveva loro data, facendoli a sua immagine e somiglianza.

L’angelo misurò con la sua fulgida mente tutta l’abiezione di quelle creature orgogliose nel loro lusso da folli, raccolse quelle piccolissime creature che possono fiaccare nell’umana carne l’orgoglio, rodendola, imputridendola e dissolvendola, ed ecco un’ulcera maligna e pessima colpire quegli uomini scellerati; ecco un’epidemia spaventosa far strage tra i cattivi, tra i vili e superbi traditori della propria fede, asserviti al più turpe dei dominatori, ed umiliarne la tracotanza. Quest’ulcera maligna e pessima era forse un cancro al volto, una lebbra spaventosamente deformante, una piaga purulenta alla fronte. L’orgoglio umano ne era profondamente colpito, e si costatava da tutti la realtà di Dio, onnipotente e giustissimo, poiché i buoni erano esenti dall’obbrobrioso malanno.

SI CORROMPONO LE ACQUE

Si avanzò il secondo angelo e guardò sdegnato le acque del mare, diventate il mezzo più diretto per la diffusione del regno dell’anticristo. Sul mare si era affermato, aveva sconfitto tutti i re della terra, e si era formata una potenza formidabile, e sul mare la giustizia divina lo raggiungeva. Da un momento all’altro quelle masse di acqua si corruppero, divennero melmose, tramandarono un fetore ammorbante e sembrarono diventate come sangue cadaverico. Ogni essere che viveva in quella massa purulenta morì, e si videro galleggiare una grandissima quantità di carogne che in breve tempo si corruppero, diffondendo intorno un fetore nauseante che rendeva l’aria irrespirabile. Tutta la potenza marinara dell’anticristo fu annichilita dal tremendo flagello, e le grandi navi rimasero come bloccate. L’angelo esultò perché in quella desolazione era innegabile la realtà di Dio, padrone di tutte le cose.

San Giovanni vide gli uomini ritirarsi frettolosamente dalle rive del mare, sgombrare le terre circostanti, e correre verso i fiumi e le fonti per dissetarsi. Il flagello non li aveva scossi, e, perché troppo abituati a vedere le cose naturalmente e materialmente, gli scienziati si affannavano a dare le ipotetiche spiegazioni scientifiche del fenomeno, dicendo un mondo di assurdità, com’è loro costume, sui fondi marini, le alghe, le spore, le precipitazioni chimiche, le influenze vulcaniche, ecc.

I FIUMI DIVENGONO SANGUE

Ed ecco a smentirli con un fatto nuovo, che annullava tutte le spiegazioni date, avanzarsi il terzo angelo; rifulgeva nel suo sdegno, irrompeva nella sua potenza, guardava i fiumi di sangue cristiano sparso dagli empi, e poiché questi già si erano adattati a dimorare presso i fiumi e le fonti, continuando nelle loro perverse azioni, anzi irrompendo con maggiore ira contro i servi di Dio, l’angelo mutò quei fiumi e quelle fonti in sangue vermiglio, come se allora fosse stato sparso. Gli assetati di sangue furono così costretti a bere sangue o a morire assetati; l’acqua doveva ridiventare limpida per i giusti che ne attingevano, manifestando così fino all’evidenza la giustizia di Dio.

A questa giustizia che condannava con un prodigio manifesto le persecuzioni dell’anticristo e di quanti lo avevano preceduto nel perseguitare la Chiesa, rivolse un inno di lode l’angelo delle acque, cioè l’angelo che aveva da Dio la cura e la custodia delle acque, come altri angeli l’hanno di tutti gli elementi e le forze naturali, per mantenervi l’ordine stabilito da Dio. Questo angelo avrebbe dovuto accorarsi nel vedere manomesso l’elemento a lui affidato, perché gli angeli custodi della natura hanno una premura materna nel mantenervi l’ordine e l’armonia che Dio vi stabilì, ma considerando le ingiustizie fatte dagli empi nelle loro sanguinose persecuzioni, esclamò: «Sei giusto, o Signore, che sei e che eri, tu il Santo che hai così giudicato. Perché hanno sparso il sangue dei santi e dei profeti, ed hai dato loro a bere sangue; essi ne sono degni».

Alla voce di questo angelo fecero eco i martiri che stavano sotto l’altare di Dio (6, 10) e che avevano domandato a Dio giustizia per le persecuzioni sanguinose da essi sofferte; la giustizia cominciava a compiersi proprio con quel flagello, e perciò uno di essi in nome di tutti esclamò: Sì, o Signore, Dio onnipotente, i tuoi giudizi sono giusti e veri.

IL SOLE SI ACCENDE DI NUOVI ARDORI

Gli uomini si acclimatano facilmente ai flagelli che li colpiscono; li riguardano come fenomeni naturali, trovano anche nelle stesse risorse della creazione il modo di temperarli, e tirano avanti nella via della loro empietà. L’acqua mutata in sangue poteva rosseggiare per germinazione prodigiosa d’infusori, per sottilissima polvere rossa o per altro mezzo del quale l’angelo si servì. Non pare che si rilevi dal contesto che fosse velenosa, perché non si dice che gli uomini ne morirono. Il Signore aveva mandato questo flagello per dare agli uomini sanguinari l’orrore del sangue, ma essi non se ne commossero e non fecero penitenza delle loro iniquità.

Ed ecco il quarto angelo avanzarsi con tutta la sua potenza e volgersi verso il sole quasi con sguardo adirato, perché non fosse benefico verso creature malefiche ed ingrate. Splendeva il sole nel cielo e indorava la terra, agitata e sconvolta da tante passioni e da tanti flagelli. Poche cose sono così belle come un tepido raggio che penetra in un luogo umido e desolato; è come un ornamento, una silenziosa compagnia, un messaggero di pace, un’ala di angelo che invita ad ascendere in alto, un alito materno, una carezza paterna, un sorriso tra le sconnesse masserizie, uno stillare di dolcezza tra le amarezze della vita.

Il sole è la creatura che più ci parla del Creatore in certi momenti, e che può maggiormente richiamarci alla mente i suoi attributi, la sua immensità, la sua Provvidenza, la sua misericordia, la sua carità. D’un tratto, all’adirarsi dell’angelo, quell’astro benefico s’accese di nuovi ardori, e cominciò a saettare la terra.

BESTEMMIANO GLI UOMINI: COLPITO IL TRONO DELLA BESTIA

Le piccole e tracotanti creature, al principio non ci fecero caso; ricorsero ai refrigeranti che loro erano ancora possibili, si nascosero nelle case, cercarono le profonde caverne. Ma il caldo era sempre più soffocante, i termometri salivano a vista, l’aria si faceva irrespirabile. Le desolate campagne non davano più un alito di frescura; si bruciava; gli alberi si disseccavano, si accendevano incendi e divampavano accrescendo il calore asfissiante.

Era giusto che gli uomini, che non avevano più una scintilla d’amore verso Dio e di carità verso il prossimo, sentissero l’ardore materiale che li puniva; ma essi non lo vollero intendere, e invece di umiliarsi per i loro peccati bestemmiarono il Nome di Dio, non fecero penitenza, e non diedero gloria a Lui.

Trovarono al solito le spiegazioni naturali al fenomeno nei mari imputriditi, nella mancanza delle correnti, nello scompiglio dei venti, e non pensarono alla loro corruzione, alla mancanza delle correnti di grazie e allo scompiglio delle loro passioni. Rivolsero le loro speranze non a Dio ma all’anticristo, al despota che dominava la terra, e che l’aveva soggiogata con falsi prodigi di forza e di attività.

Crederono che egli avrebbe potuto trovare una risorsa tra tante afflizioni, ma il suo tempo stava per finire e il quinto angelo versò la sua coppa sul trono di lui, lo colpì con la maledizione di Dio, e quel potere, che splendeva per fascino di potenza, diventò tenebroso; non ispirò più fiducia, anzi suscitò contro di esso la reazione. Per questo è detto che gli uomini si mordevano le lingue loro per il dolore disperato che li prendeva, e bestemmiarono il Dio del cielo per i dolori e per le loro ulceri, che per l’eccessivo caldo s’inasprirono, e non si convertirono dalle loro opere.

Il trono dell’anticristo, colpito dalla maledizione, cominciò a vacillare, e doveva finire miseramente in una grande conflagrazione. I re dell’Oriente stavano per lanciarsi contro di esso con tutto il peso formidabile delle loro masse armate. Era il compimento di quello che per secoli è stato chiamato il pericolo giallo, cioè l’invasione degli eserciti cinesi e giapponesi.

Le grandi invasioni dell’antichità contro la Palestina, la Grecia e l’impero romano passarono tutte per le regioni dell’Eufrate; anche l’ultima invasione che produrrà l’ultima conflagrazione universale passerà per le regioni dell’Eufrate, perché verrà dall’Oriente e dall’Estremo Oriente, per lanciarsi proprio contro la Palestina e l’Europa, attirando sui campi di battaglia tutte le nazioni della terra.

DISSECCATO L’EUFRATE

San Giovanni vide questi avvenimenti futuri nella visione misteriosa e simbolica che glieli prospettava come se si svolgessero proprio allora. Vide una sesta figura fulgentissima, il sesto angelo, che raccoglieva le sue potenti energie e versava la sua coppa nel gran fiume Eufrate, disseccandone le acque perché fosse preparata la strada ai re dell’Oriente.

Tutto fa credere che questo disseccamento non sarà simbolico ma reale, e che il gran letto del fiume costituirà realmente una delle più importanti vie militari che faciliterà l’invasione. La terribile conflagrazione sarà determinata dall’influenza del demonio, il dragone, dall’ira dell’anticristo, la bestia, e dallo sconvolgimento delle idee e delle forze intellettuali che spingerà gli uomini alla lotta, il falso profeta. Il demonio getterà i semi della discordia, l’anticristo spinto da satana si spingerà alla lotta congregando a battaglia con prodigiose manifestazioni di forza e con smaglianti vittorie, e gli animi dei popoli saranno accesi da false dottrine e da falsi principi di espansioni, di imperialismo e di spazi vitali, come lo sono stati nell’ultima grande guerra che ha funestato la terra.

Per questo, san Giovanni vide uscire dalla bocca del dragone, della bestia e del falso profeta tre spiriti immondi, simili alle rane che nascono nel fango e vivono nel fango, perché spiriti d’impurità, e vide che facevano prodigi, suscitando nuove manifestazioni di potenza e nuovi mezzi di lotta, e congregando tutti i re della terra a battaglia nel gran giorno di Dio Onnipotente, eccitandoli alla lotta tremenda, della quale il Signore si servirà per punire le nazioni, i re apostati l’anticristo scelleratissimo.

Il momento sarà terribile, e costituirà anche un gravissimo cimento per i cattolici di tutto il mondo, facilmente trascinati dal fascino della forza o delle dottrine empie nel turbine della conflagrazione; dimenticando la loro fede e i loro doveri; per questo san Giovanni, da parte di Gesù che gli parla, si rivolge proprio ai fedeli che vivranno in quei tempi dolorosissimi ed esclama: Ecco che io vengo come un ladro. Beato chi veglia e tiene cura delle sue vesti per non andare nudo, onde vedano la sua bruttura.

Quando la lotta e la confusione saranno più terribili, allora Gesù Cristo verrà improvvisamente e impensatamente a giudicare gli uomini e le nazioni, verràcome un ladro, nell’ora che meno si penserà, com’Egli stesso aveva ammonito i suoi apostoli (Lc 12, 39, 40); allora sarà beato solo colui che avrà custodito le sue vesti, cioè che avrà mantenuto integro il suo carattere cristiano, perché allora, nel Giudizio universale, sarà manifesta la bruttura e la degradazione di tutti quelli che l’avranno o rinnegato o manomesso.

Nelle grandi conflagrazioni dei popoli, si determinano profondi sconvolgimenti morali, come l’abbiamo visto noi stessi nell’ultima guerra universale (II Guerra Mondiale, ndr.); il desiderio medesimo di evitare il ripetersi di tali tremendi flagelli fa aspirare ad ordini nuovi, a riforme più o meno cervellotiche e non raramente empie, che possono facilmente affascinare e trarre nell’inganno i fedeli.

Nell’ultima tremenda conflagrazione, il disorientamento delle anime sarà spaventoso per la propaganda di nuovi errori, esiziali alle anime ed alla società, e per questo Gesù Cristo ammonisce i fedeli a vigilare nella preghiera, come ammonì gli apostoli nel cimento della Passione, ed a tener cura della propria veste, cioè della fede e della grazia che ammantano l’anima e la rendono veramente di Dio.

I re della terra si raduneranno per disposizione del Signore in un luogo che san Giovanni dice chiamarsi in ebraico Armagedon; sarà il luogo reale della sconfitta generale di tutti, indicato con questo nome, o con questo nome si indica misticamente la sconfitta di tutti? Non può dirsi con precisione. Armagedon significa monte o città di Maghiddo o Mageddo, dove i re Cananei furono sconfitti miracolosamente da Barac e Debora (Gdt 5, 19), dove furono uccisi in guerra i re Acazia (2 Re 9, 27) e Giosia (2 Re23, 29, 2 Cr 25, 22); questo nome perciò nel suo ricordo storico dà l’idea di una sconfitta completa e definitiva.

Mageddo poi significa annuncio, scoprimento, frutto, spoliazione, e può indicare che nella grande conflagrazione e nella battaglia definitiva, che segnerà la sconfitta totalitaria del regno del male, sarà annunciata alle anime l’immediata vittoria di Dio, sarà scoperta e manifestata l’iniquità degli uomini, si raccoglieranno i frutti di questa iniquità nella rovina generale, e tanto il dragone quanto la bestia e il falso profeta saranno spogliati del loro dominio e smascherati nella loro iniquità.

Alla battaglia definitiva dell’ultima conflagrazione seguirà il Giudizio universale dopo breve tempo e il regno eterno di Dio e della Chiesa trionfante, come alla battaglia della precedente conflagrazione è seguita la prima grande sconfitta del male e il trionfo della Chiesa sulla terra[1].

FUGGONO LE ISOLE E SPARISCONO I MONTI: L’UOMO BESTEMMIA ANCORA…

San Giovanni infatti vide avanzarsi il settimo angelo, il quale versò la sua coppa nell’aria, provocandovi perturbamenti, uragani e cicloni mai visti fino ad allora. Quell’angelo era immensamente maestoso e terribile, e con la sua potenza possedé tutte le gigantesche forze dei venti, dei cicloni e degli uragani, lanciandole sulle regioni della terra e sulle opere degli uomini; ne seguirono folgori, voci, ossia ululati formidabili, tuoni spaventosi e un terremoto quale non s’era mai avuto, che divise in tre parti la città capitale dell’impero dell’anticristo, che forse sarà proprio Gerusalemme riedificata, o altra città cosmopolita. Il Signore farà rovinare questa città, e questo segnerà il principio della fine della grande Babilonia, ossia dell’impero anticristiano.

Dio si ricordò di questo impero, e cominciò a sconvolgerlo con grandi rovine. Se ne ricordò nel senso che venne per esso il momento della giustizia, e come per gli uomini il ricordarsi di una cosa significa il cominciarla a compiere, così il cominciare della rovina del regno anticristiano è prospettato come il ricordo che il Signore avrà delle iniquità di quel turpe e tirannico impero. Le isole fuggirono e sparirono i monti in un grande sconvolgimento tellurico che muterà la configurazione stessa della terra. Per questo sconvolgimento, i ghiacciai si frantumeranno e lanceranno sulle terre sottostanti grandinate dai chicchi enormi, grossi come un talento, ossia del peso di circa 43 chilogrammi.

Gli uomini, ingratissimi e scellerati, invece di umiliarsi fra tanti flagelli, si ricorderanno di Dio per bestemmiarlo, e maggiormente lo bestemmieranno per la piaga della grandine. Ma le loro bestemmie a che cosa approderanno? Accresceranno la loro responsabilità e i loro malanni, poiché quella sarà l’ora della divina giustizia. La voce che san Giovanni udì uscire dal trono del tempio di Dio al versarsi della settima coppa: È fatto, indicava chiaramente che non c’era più luogo a misericordia. Una simile espressione l’aveva detta il Redentore morendo per gli uomini sulla croce: Consummatum est, e segnò il principio delle grandi misericordie che si dovevano riversare sulla terra. Gli uomini ingrati le disprezzarono fino a giungere al regno dell’anticristo, ed era giusto che, giunti al colmo delle loro iniquità, la voce della divina giustizia, tutelatrice della divina gloria, ponesse un termine all’umana scelleratezza e cominciasse a chiamarli al rendiconto finale.

PER LA NOSTRA VITA SPIRITUALE.

L’annuncio delle grandi tribolazioni che colpiranno la terra prima del Giudizio universale ci deve fare seriamente pensare al giudizio di Dio nella nostra vita mortale. Sette coppe sono versate sulla terra come sette libagioni di sacrificio espiatorio, per riparare le ingiurie fatte al Signore con i sette peccati mortali nelle sette epoche della vita della Chiesa. Queste coppe misteriose di flagelli riparatori si versano anche nel nostro cammino mortale per le colpe delle quali siamo rei. Nessuno si illuda di fare il male e di rimanere impunito, o, peggio, di fare il male e prosperare. Tutto si paga, inesorabilmente si paga, e possiamo dire veramente che c’è per ogni nostro peccato una coppa di amarezze e di angustie che ce lo fa pagare.

Finché dura il tempo della misericordia, ci sono anche anime generose che s’immolano come vittime, attingono dai tesori della redenzione e pagano per noi; ma c’è anche per la nostra vita un momento di giustizia inesorabile, nel quale scadono i debiti contratti e bisogna ad ogni costo pagarli. Chi sarà così stolto da voler comprare un miserabile diletto dei sensi con il carissimo prezzo di ulceri, di angosce mortali, di sventure e di pene di ogni genere? E chi sarà così inumano e crudele da provocare agli altri simili affanni e da concorrere a quelle sventure che affliggono la povera e desolata umanità? Siamo sulla terra come una sola famiglia, infatti, e il danno del quale ognuno di noi è causa diventa danno di tutta l’umana famiglia. Ci scuota almeno questo pensiero di umanità e di carità, e ci raccolga tremanti sulle nostre responsabilità.

Chi va in una sala di ospedale nell’ora della medicazione rimane atterrito di fronte ai mali che colpiscono e tormentano le povere membra umane. Quella sala echeggia di grida spasimanti, eppure non è sala di castigo ma di caritatevoli cure, e quell’ora è la più benefica per quella povera gente. È un piccolo angolo della valle di lacrime; che ne dà l’idea più viva, e strappa amari lamenti da un cuore compassionevole. Se si facesse non la storia clinica di quei malanni ma la storia morale delle responsabilità che li causarono, si troverebbe o prossimamente o remotamente una storia di peccati e di iniquità, e si costaterebbe in quelle ulceri, in quel sangue, in quelle ardenti febbri, in quegli oscuramenti della potenza visiva, in quell’inaridimento di membra e in quelle tempeste di angustie il pagamento di tanti conti da saldare con la divina giustizia.

Quante coppe di amarezza vengono versate nella nostra vita per le nostre iniquità, e noi, invece di riconoscere in esse la voce della giustizia di Dio, continuiamo nelle nostre pessime vie, anzi tante volte peggioriamo richiamando su di noi più gravi flagelli! Umiliamoci profondamente, preghiamo, ripariamo, e, gettandoci nelle braccia della divina misericordia che è sempre pronta ad accoglierci, piangiamo i nostri falli, e accettiamo come riparazione le pene stesse della vita. Il Signore, prospettandoci i mali che colpiranno negli ultimi tempi la terra, ci richiama precisamente al sentimento delle nostre responsabilità, e ci scuote perché ci emendiamo dei nostri peccati.

Si deve notare che i flagelli che colpiscono l’umanità negli ultimi tempi hanno un carattere più chiaramente soprannaturale, in modo da non offrire agli uomini il destro di illudersi dando ad essi una spiegazione puramente naturale. L’ulcera colpisce solo quelli che hanno il carattere della bestia o che adorano la sua immagine; dunque non può scambiarsi con una comune epidemia. Il mare, che ha acqua sempre pura e incorrotta, non poteva mutarsi d’un tratto in sangue cadaverico. I fiumi e le fontane rosseggiano come vivo sangue senza una possibile spiegazione naturale. Il sole, che secondo tutti gli scienziati si trova in una fase di raffreddamento, accresce il suo calore fino a bruciare. Il trono dell’anticristo, che sembrava saldo e incrollabile, improvvisamente vacilla sotto la grave minaccia dell’incursione gialla, alla quale apre la via il disseccamento improvviso dell’Eufrate. Infine gli sconvolgimenti atmosferici, le tempeste spaventose che li seguono, i terremoti, la grandine hanno un carattere che esclude ogni spiegazione naturale.

Il Signore chiama così a penitenza l’umanità, e vuol farsi riconoscere perché essa si emendi. Non attendiamo che Dio ci chiami con castighi prodigiosi per emendarci, ma riconosciamo in ogni sventura la sua voce, e profittiamo di ogni dolore per far penitenza dei nostri peccati. La penitenza non è una sventura, ha un carattere dolce, perché è sempre un ritorno filiale nelle adorabili braccia di Dio; rispondiamo, dunque, al suo invito e percuotendoci il petto domandiamogli perdono nella nostra profonda umiliazione.

NOTE

[1] Diciamo è seguita, benché stiamo ancora in piena guerra perché aspettiamo con ferma fede il trionfo di Dio e della Chiesa dopo la presente terribile tribolazione 17 aprile 1944.

 

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